VIVERE PER RACCONTARLO!

 
García Márquez ha intitolato la sua bella autobiografia Vivere per raccontarlo. Mi viene in mente questo titolo leggendo i resoconti su come si è svolta la Giornata Mondiale contro l’Omofobia a Cuba e, contemporaneamente, ascoltando alla radio le dichiarazioni della ministra Carfagna a proposito della Giornata dell’Orgoglio Omosessuale che a lei non interessa perché, afferma, in Italia gli omosessuali non sono discriminati. Chi l’avrebbe mai detto: mentre a Cuba il Governo Rivoluzionario si impegna a garantire i diritti delle diversità e a praticare una politica sociale totalmente includente, nella nostra bella penisola tutto indica che stiamo facendo enormi e preoccupanti passi indietro.
Le cronache ci raccontano della grande festa gay che si è tenuta nel vecchio Teatro Astral dell’Avana, con uno spettacolo che è durato tre ore e al quale ha partecipato la figlia del Presidente, Mariela Castro, che nella sua qualità di direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale (Cenesex) è stata una delle maggiori promotrici della celebrazione della Giornata Mondiale contro l’Omofobia. Ma assieme al Cenesex hanno partecipato attivamente all’organizzazione il Ministero della Cultura, il Partito Comunista di Cuba, la Gioventù Comunista (UJC), l’Istituo Cubano del Libro, la Televisione di Stato, l’Unione Nazionale degli Scrittori e Artisti e la Fondazione “Ludwig” di Cuba. Insomma, il problema della discriminazione (sotterranea, ufficiosa, non apertamente sostenuta da nessuno) è diventato, a Cuba, una questione di cui si fa carico tutta la società.
Frank Padrón, nella sua cronaca su “Juventud Rebelde” la racconta così: “qualunque fobia sarà sempre un passo indietro, un ostacolo, una pietra nel cammino, per questo eliminarla è una battaglia inarrestabile, collettiva e quotidiana”.
E nella platea e sulle gallerie gremite del Teatro Austral, la richiesta che veniva dal pubblico era proprio quella di non dover più ghettizzarsi nei bar e nelle aree in cui, fino ad oggi, si riuniva la comunità gay, ma di poter vivere insieme agli altri, come gli altri. Per far questo è necessario che le forze dell’ordine, che fino ad oggi ne tolleravano la presenza nei luoghi di cui si erano appropriati, ma che continuano a guardarli come elementi di disturbo della tranquillità sociale, partecipino ad un serio programma di rielaborazione di vecchi preconcetti. E’ quello che da quattro anni sta facendo il Cenesex con i suoi operatori, psicologi, assistenti sociali e medici.
Cambiare mentalità radicate da secoli di pregiudizi non è facile. A Cuba lo stanno facendo, non da oggi, con delicatezza e determinazione.
 
Alessandra Riccio
 
 
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