Note tecniche relative al decreto Salva-Rete4

 

Pubblichiamo di seguito le note tecniche relative all’emendamento presentato dal Goveno a difesa di Rete4, così come sono state evidenziate dall’Itali dei valori:

1. L’emendamento presentato dal Governo non può essere approvato, tanto meno con decreto-legge, poiché esso, anche dopo l’ultima riformulazione, non soltanto affronta esclusivamente la parte meno rilevante delle contestazioni svolte dalla Commissione europea nelle nota procedura di infrazione (per giunta prospettando soluzioni ancor più parziali ed insufficienti), ma addirittura introduce disposizioni comunitariamente illegittime, in quanto contrarie anche alla sentenza resa dalla Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE) il 31 gennaio scorso nel noto caso “Centro Europa 7” (C-380/05).
Ne consegue che, attraverso un procedimento parlamentare assolutamente inadeguato (quanto a tempi e possibilità di approfondire i delicati temi giuridici da affrontare), si perverrebbe all’approvazione di disposizioni frontalmente contrastanti con la citata sentenza, oltre che assolutamente inadeguate a rispondere ai rilievi proposti dalla Commissione europea, così aggravando ulteriormente la posizione dell’Italia dinanzi all’UE, non raggiungendo l’obiettivo di evitare il deferimento del nostro Paese dinanzi alla Corte di giustizia ed, anzi, esponendolo al certo avvio di nuove procedure e sanzioni.
 Inoltre, è noto che la Corte costituzionale (sentt. n. 170/1984, n. 389/1989) ritiene che le disposizioni interne contrastanti con il diritto comunitario (specie se fatto oggetto di interpretazione da parte della CGCE) devono essere disapplicate (o non applicate) da tutti gli organi – tanto amministrativi, quanto giurisdizionali – dello Stato membro. Cosicché, saremmo in presenza di disposizioni radicalmente “viziate” da illegittimità comunitaria.
 Dal canto suo, la CGCE ha specificato che “a seguito di una sentenza emessa su domanda pregiudiziale da cui risulti l’incompatibilità di una normativa nazionale con il diritto comunitario, è compito delle autorità dello Stato membro interessato adottare i provvedimenti generali o particolari idonei a garantire il rispetto del diritto comunitario sul loro territorio, vigilando in particolare affinché il diritto nazionale sia rapidamente adeguato al diritto comunitario e affinché sia data piena attuazione ai diritti che sono attribuiti ai singoli dall’ordinamento comunitario” .
2. Ciò posto, cominciando dalle disposizioni che si pongono in frontale contrasto con la sentenza della CGCE,  va detto che il comma 3 dell’emendamento governativo, nella parte in cui dispone che “la prosecuzione degli impianti di trasmissione è consentita a tutti i soggetti che ne hanno titolo, anche ai sensi dell’art. 23, comma 1, del decreto legislativo 31 luglio 2005 (…)” – e cioè anche a quei soggetti (come Retequattro) che hanno operato e continuano ad operare in forza dei regimi transitori introdotti dalla Legge Maccanico, dal decreto-legge salva-reti e dalla Legge Gasparri – si pone in frontale contrasto con la citata sentenza della CGCE nei seguenti passaggi:

– «indipendentemente dagli obiettivi perseguiti dalla legge n. 249/1997 con il regime di assegnazione delle frequenze ad un numero limitato di operatori, si deve considerare che l’art. 49 CE ostava ad un regime siffatto» (ivi, n. 111).
– «[l]a medesima valutazione si impone per quanto riguarda il regime di assegnazione delle frequenze ad un numero limitato di operatori in applicazione della legge n. 112/2004: tale regime non è stato attuato sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati, in violazione dell’art. 49 CE e, a decorrere dal momento della loro applicabilità, dell’art. 9, n. 1, della direttiva “quadro”, degli artt. 5, n. 2, secondo comma, e 7, n. 3, della direttiva “autorizzazioni”, nonché dell’art. 4, punto 2, della direttiva “concorrenza”» (ivi, n. 112).
Il citato comma 3 si pone altresì in patente contrasto con il parere motivato della Commissione europea del 18 luglio 2007. In detto parere, la Commissione ha, infatti, contestato all’Italia che la Legge Gasparri attribuisce diritti speciali vietati dagli articoli 2 e 4 della direttiva n. 2002/77/CE (direttiva concorrenza), là dove prolunga, “sino alla data dello switch-off delle trasmissioni analogiche, l’autorizzazione a proseguire le trasmissioni in tecnica analogica terrestre in favore di operatori che non sono titolari della concessione analogica” (p. 13), qual è notoriamente il caso di Retequattro.
In particolare, la Commissione sottolinea che «[q]uesta disposizione accorda a detti operatori un evidente vantaggio a danno delle altre aziende, segnatamente di quelle – come Europa 7 – che pur essendo titolari di concessione analogica non sono in grado di fornire servizi di radiodiffusione terrestre in tecnica analogica per mancanza di frequenze disponibili» (p.13).
Di tutti questi rilievi l’emendamento governativo non si fa minimamente carico, arrivando al risultato paradossale di riproporre e addirittura proiettare nel futuro le stesse violazioni contestategli dalla Commissione e rispetto alle quali il precedente Governo aveva invece esplicitamente riconosciuto l’esattezza dei rilievi dell’Esecutivo europeo, ammettendo testualmente «che le disposizioni della legislazione italiana attribuiscono diritti speciali ai sensi degli articoli 2 e 4 della direttiva sulla concorrenza per quanto riguarda: // l’autorizzazione a proseguire le trasmissioni in tecnica analogica, fino alla data dello switch-off, assicurata agli operatori privi della concessione televisiva analogica (articolo 25, comma 11 della legge n. 112/04)».
Anche sotto questo profilo, appare estremamente inopportuna la scelta di mutare radicalmente la posizione ufficialmente assunta dal nostro Paese, in sede UE, per giunta attraverso l’adozione di un decreto-legge palesemente contrastante con la normativa comunitaria, con la sentenza della CGCE e con gli affidamenti creati, ed ai massimi livelli istituzionali, in merito ad un pronto adeguamento dell’Italia al diritto europeo.
3. Anche il comma 4 dell’emendamento governativo si rivela assolutamente inadeguato a rispondere ai motivati rilievi della Commissione europea.
 La Commissione ha, infatti, contestato che l’attuale disciplina italiana attribuisce (illegittimamente) agli operatori già operanti la possibilità di convertire in digitale un numero di reti addirittura superiore a quello delle loro attuali reti analogiche, così consentendo a questi operatori di trovarsi “in una situazione migliore sotto il profilo della concorrenza rispetto a prima del passaggio alla nuova tecnica” (p.11) e  permettendo loro “di convertire tutte le reti analogiche in reti digitali (…) comprese le reti per le quali non era stata loro accordata una concessione analogica” (p. 14), così come avviene per il gruppo Mediaset con Retequattro.
 L’emendamento ignora completamente tali rilievi della Commissione, riconfermando implicitamente, come si dirà subito, la possibilità di convertire in reti  digitali di tutte le reti detenute dagli operatori esistenti, anche se esercite in base al mero generale assentimento previsto dal regime transitorio della Legge Gasparri.
4. In proposito, determinante risulta il richiamo contenuto nel comma 4 dello stesso emendamento al fatto che “i diritti d’uso delle reti televisive digitali saranno assegnati in base alle procedure definite dall’Autorità nella delibera n. 603/07/CONS”. Il richiamo di tali criteri, che sono quelli prefigurati per l’assegnazione delle frequenze in Sardegna una volta che sarà attuata la completa digitalizzazione della regione, comporta che gli attuali operatori dominanti conserveranno la titolarità di tutte le reti (analogiche e digitali) già detenuti, cosicché Mediaset verrà a detenere – a regime – ben sei reti digitali (attualmente essa esercisce 3 reti analogiche e 3 reti digitali). In altri termini, in mancanza di un limite alla detenzione di reti e frequenze digitali (che non viene introdotto neanche con l’emendamento in esame), nessuno potrà contestare, anche in futuro, agli attuali operatori la titolarità delle frequenze ora detenute.
 Solo l’assegnazione delle poche frequenze eventualmente residue (c.d. dividendo digitale) sarà oggetto di assegnazione attraverso procedure comunitarie, ma esclusivamente dopo che sono state fatte salve le situazioni di favore in cui versano gli operatori dominanti, prima fra tutti Mediaset.
Per giunta, gli esperti del settore dubitano che in tutte le regioni vi sarà un dividendo digitale, data la diversità delle condizioni orografiche e radioelettriche delle varie regioni.
5. In definitiva, l’emendamento non soddisfa le richieste vincolanti della Commissione e, tanto meno il rispetto della sentenza della CGCE sul caso Europa 7, continuando ad affidare la soluzione dei problemi di illegittimità costituzionale e comunitaria della nostra disciplina radiotelevisiva alla completa conversione delle trasmissioni in tecnologia digitale: conversione che però è fissata – nella migliore delle ipotesi – al 2012 e che, anche in sede europea, tende sempre più ad essere differita al 2015, con la conseguenza che ancora per molti anni l’attuale sistema  transitorio analogico continuerà a riproporsi nei termini attuali, giudicati da tutti illegittimi costituzionalmente (quanto meno dal 1994) ed ora anche comunitariamente.

Editoriale di Articolo 21

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