Com’è triste Chiaiano

 
Ora, onestamente, aprireste una discarica in un luogo dove si raccolgono le più belle ciliege di tutta la Campania? Potremmo chiudere qui prima ancora di cominciare, ma è giusto che il lettore sappia che all’inizio di questo nostro breve viaggio la domanda era un’altra, e cioé: come è possibile che la nostra repubblica rischi di morire soffocata dai rifiuti?

Lungo la via campana la rotonda Titanic con la prua di cemento scuro, decoro sgraziato di un indecoroso paesaggio ci pone davanti a un bivio. Di là Napoli. Di qua Chiaiano. Di qua i tronchi d’albero di traverso sull’asfalto (giusto lo spazio per i ceffi sui motorini che zigzagano guardinghi)suggeriscono che sarebbe meglio proseguire. Di là lo Stato, i gipponi della celere parcheggiati a debita distanza, le divise slacciate per il caldo polveroso, gli scudi e i manganelli non in vista, lo sguardo sui resti calcinati della sommossa sospesa (e il timore di una nuova azione di forza che vorrebbe dire infilarsi in un budello senza uscita). Sì, lo Stato che è finalmente tornato, come da giusto plauso degli autorevoli editorialisti per il decisionismo del nuovo governo. Ma che presto potrebbe ripensarci a sentire gli esperti nominati dalle amministrazioni comunali e dai comitati di lotta poiché «non ci sarebbero le condizioni per realizzare una discarica che rispetti le normative europee».

Se ci è concesso un punto di vista guardando le cose dal ponte sgarrupato del Titanic saremmo propensi a consigliare di lasciar perdere. Siamo anche noi con lo Stato, ci mancherebbe altro e il tanfo della monnezza fitta e uniforme, solida e umida che da ore ci accompagna verso sud accresce il senso interiore di catastrofe.

Cosa starà fermentando dentro i baccelli di plastica azzurrina? E la salute dei bambini? E quanto ancora a milioni di persone si potrà chiedere di sopportare una tragedia che non ha uguali tra le pur tante e significative brutture di questo mondo? Come non gridare basta? Come non pretendere che da qualche parte questo schifo venga ficcato? Poi però è come se un sentore più profondo dicesse: attenti che qui sotto il Titanic di Chiaiano, proprio sotto i nostri piedi forse c’è il grande buco nero dell’Italia. L’epicentro dell’abbandono e del rancore («vi accorgete di noi solo per scaricarci la vostra merda») pronto a inghiottire con le tonnelate di spazzatura la nostra buona e giusta voglia di legalità, sicurezza, normalità, pulizia, futuro, senso dello Stato. Perciò, arrivati qui, già a un primo sguardo temiamo che questo sia il posto sbagliato nel momento peggiore.

Un’ora e mezza dal centro di Roma. Uscita dell’autostrada Capua, «città d’arte e di studi». Verrebbe da dire: per ora tutto bene come quel tale caduto dal trentesimo piano giunto a metà del tragitto. Edifici sventrati tra ginestre e campi coltivati. Inevitabilmente, collinette di spazzatura ai crocevia. Sui muri i manifesti di Gomorra stasera al Drive-in. A Casal di Principe nenanche un sacchetto per strada (ma non penseremo per questo che nella camorra c’è qualcosa di buono). Poi Aversa, Giugliano, Marano. «Conurbazione ininterrotta nella regione più popolosa del mondo; megalopoli per la speculazione schifosa di una classe dirigente che non sapeva fare altro che costruire un palazzo dietro l’altro, senza servizi, senza strade; e che si aspettavano? che tutta questa gente buttata in vicoli e favelas schifose si mettesse a fare la raccolta differenziata, come bravi americani nelle loro casette ben costruite?» (Raffaele La Capria, «Il Foglio», 27 maggio).

A Giugliano in Campania, dieci chilometri di insegne nella più grande concentrazione dell’industria tessile parallela (clandestina) raccontata da Saviano. Colossale esposizione di abiti da sposa a cielo aperto. L’industria globale del matrimonio per tutte le tasche. In vendita perfino lo sfizio di un bianco cocchio nuziale. Poi i centri commerciali che non finiscono mai. Poi il mercato ortofrutticolo. Poi signore e signori 4 milioni di ecoballe che occupano un’area di 3 milioni e mezzo di metri cubi. Accatastate e ricoperte da minacciosi teloni neri. Intorno decine di tralicci e in alto i cavi dell’alta tensione. Una scintilla e qui prende fuoco tutto. Una spettacolare catastrofe di fumi scuri e diossina. Ma da queste parti parlarne è da iettatori.

Il quartiere di Chiaiano fa parte dell’ottava municipalità del Comune di Napoli. Con circa 23mila residenti confina a nord con il comune di Marano di Napoli, a ovest con il quartiere Pianura, a sud con il quartiere Arenella, a est con i quartieri Piscinola e San Carlo all’Arena. Da piazza Titanic comincia via Cupa del Cane. Tende dei comitati, una piccola folla. Troupe televisiva raccoglie dichiarazioni. Smontata la prima barricata di cassonetti saldati a catene e filo spinato restano sul percorso barricate come di avvertimento: carcasse di auto, cataste di legno, reti metalliche, materassi sfondati. È la strada di un quartiere a forte densità abitativa. Palazzine di sette piani. Panni stesi. Massaie con la sporta. Un bar. Un alimentari. Siamo a poche centinaia di metri dalla grande cava indicata come futura discarica, il quadrilatero di tufo che abbiamo visto infinte volte nei tg. Altra domanda: ve ne state tranquilli a casa vostra poi un giorno lo Stato ritorna decide che la monnezza è toccata a voi insieme al tanfo, al pericolo concreto di brutte malattie e allo sferragliare incessante, su e giù, giorno e notte dei camion dei rifiuti. Per caso non è che vi arrabbiate un po’?

I muri di Chiaiano mettono paura. Scritte su giornalisti venduti. E su politici condannati a morte. I nomi di Bassolino e Jervolino nel tazebao fatto col pennarello. Cupe profezie : «Non sarà il Vesuvio a distruggere Napoli ma Chiaiano». Viene in mente un articolo di Adriano Sofri, qualche giorno fa su «Repubblica», che collegava la sconfitta elettorale del 13 aprile con il «rigetto pressoché viscerale, esistenziale della classe dirigente di sinistra, che alla maggioranza degli italiani ha finito per apparire come un corpo estraneo, da espellere, sul quale sfogarsi e trarre vendetta». Se questa espulsione c’è stata quanto hanno pesato le immagini dello stupro di Napoli e della Campania?

Da via Cupa del Cane parte un sentiero che conduce alle tredici cave di un parco di 540 ettari, la Selva di Chiaiano, dieci dei quali per la discarica, altri trenta occupati dalle cave abusive (sembra) di alcuni camorristi. «La selva di Chiaiano», abbiamo letto ieri sul «Sole 24ore» organo non certo delle teste calde, «ti inghiotte inconsapevolmente. La boscaglia di castagni, vigne, ciliegi e pioppi è così fitta che si fatica a scorgere il cielo. È come un viaggio indietro nel tempo, un salto nella terra grassa della Campania borbonica». La Campania Felix, pianeggiante e fertilissima, ora un grande ventre butterato da cemento e discariche. Torniamo alla domanda iniziale. Come può venire in mente a qualcuno di lordare quel poco che si è salvato? Conosciamo l’obiezione. Tutte le popolazioni possono invocare gli stessi buoni motivi di questa gente. Se diamo retta a tutte le pur legittime proteste nel Napoletano non si potrà mai aprire una discarica? Conoscete la controbiezione. Come è stato possibile non pensarci prima?

Nel frattempo escono i verbali horror dell’inchiesta sulla cattiva gestione della crisi dei rifiuti («La discarica ormai è piena di liquido se quella roba sale sarà come un Vajont»). Nel fattempo anche Berlusconi, come lo Stato, torna a Napoli e poi riparte. Nel frattempo domenica a Chiaiano la sagra delle cerase si farà comunque.

Antonio Padellaro
 
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