NUOVE IMPRONTE DI VECCHI RAZZISMI

 
Il Centro delle Culture denuncia l’utilizzo delle impronte digitali come metodo di identificazione degli extracomunitari, in quanto evidente atto di discriminazione basata sulla razza e l’origine etnica.

La proposta di Maroni, introducendo la schedatura su base razziale e richiedendo le impronte digitali anche ai minori Rom e Sinti, non solo viola i principi della Costituzione Italiana, ma anche la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia.
In un facile parallelismo con le pagine più tristi della storia italiana ed europea, il popolo Rom torna ad essere capro espiatorio e simbolo di ogni male. Di proposito viene ignorato il fatto che Rom e Sinti di fatto appartenengono all’UE e che oltre la metà dei Rom presenti in Italia (circa 150.000) sono a tutti gli effetti cittadini italiani.

Ma allora perché tanta paura e tanti pregiudizi nei confronti di questo popolo?
Le popolazioni Rom e Sinti sono portatrici di un proprio sistema culturale che abbraccia ogni aspetto della vita, a partire dalla musica, passando per la cultura medica, sociale e spirituale. Esattamente come gli Italiani o altri appartenenti all’Unione Europea, hanno le propri tradizioni e le proprie peculiari credenze. Ma in una società in cui il valore dominante è l’omologazione, la diversità tra un presunto “noi” e quelle popolazioni di antiche origini indoeuropee spaventa.
Solo se si diffondesse una cultura della conoscenza reciproca e del dialogo molte paure si ridimensionerebbero e allora davvero saremmo più sicuri.

Oggi, al contrario, in Italia come in Europa, aumentano il controllo, la repressione, il senso di insicurezza e la disinformazione.
Pochi sanno che le impronte digitali, ad esempio, fanno parte dei rilievi biometrici sviluppati in ambito militare, insieme al riconoscimento dell’iride e del volto, alle rilevazioni delle caratteristiche fisiche e comportamentali, all’identificazione del segnale vocale e del movimento labiale su speciali sim card introdotte nei cellulari. Tali metodi dovrebbero essere utilizzati per individuare persone pericolose per la comunità o per smascherare azioni illegali.
Già le nostre impronte digitali vengono invece rilevate in alcuni casi in cui è considerato necessario – e senza il nostro consenso – come all’entrata di una banca o tra i dipendenti comunali per rilevarne le presenze.
In generale non è prevista l’archiviazione dei dati perché ancora non esiste il modo di proteggerli, e comunque, qualora si trovasse, al momento della trasmissione per il confronto dei dati questi potrebbero essere facilmente intercettati e usati in maniera inopportuna. Una procedura simile renderebbe quindi molto incerta e dubbiosa l’identificazione personale, annullando qualsiasi velleità di “sicurezza”.
Anche per questo motivo sembra che non siano mai state utilizzate per tutta la popolazione.
Per quanto riguarda gli immigrati maggiorenni, invece, le impronte digitali sono state introdotte all’atto del rinnovo del permesso di soggiorno già dalla legge Bossi-Fini.
E’ quindi corretto chiedersi, quali garanzie siano offerte al migrante? Come verrà tutelata la sua identità? Chi può assicurare che queste informazioni non vengano usate per danneggiarli?

Appare chiaro che tutte queste misure di controllo nascondono un’intenzione e un atteggiamento che considera i migranti alla stregua di criminali, che impone loro stili di vita considerati "migliori", pena l’espulsione dal Paese. Prendere le impronte digitali a chi non ha alcun capo d’accusa induce l’esclusione e la ghettizzazione sociale. Da lì al prendere le impronte digitali agli abitanti dei quartieri più degradati in cui il tasso di criminalità è più alto, il passo è breve. E perché non prenderle anche ai disoccupati che delinquono in media di più rispetto alle persone che hanno un lavoro? O magari ai pensionati, che secondo le ultime statistiche commettono sempre più furti di beni alimentari nei supermercati…

Prendendo atto di una situazione che si fa di giorno in giorno più grave e urgente, il Centro delle Culture chiede l’unità e la collaborazione di tutte quelle forze che non si riconoscono in questo atteggiamento violento e si sentono indignati e realmente insicuri dall’applicazione di queste norme.
Propone la costituzione in ogni città di “reti” composte da italiani e migranti uniti da comuni valori di antidiscriminazione, libera circolazione degli esseri umani, informazione libera e obiettiva. Reti in grado di proporre esperienze di lavoro in aiuto alle marginalità sociali senza cadere nell’assistenzialismo o con pretese d’integrare una cultura in un’altra. Reti, infine, che sappiano sviluppare una visione veramente interculturale in grado di superare le barriere e di realizzare la nazione umana universale.

 
Gabriele Palloni
 
 
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