Palestina: La battaglia non-violenta di Barghouti contro l’apartheid

 
“Come palestinesi siamo vittime di una narrativa sbagliata, che fraintende gli avvenimenti con termini e parole inappropriate, in cui cadono anche i cosiddetti giornali ‘progressisti’. La parola giusta per descrivere quello che sta avvenendo oggi in Palestina è apartheid. Siamo di fronte alla più lunga occupazione di sempre, ci viene sottratta l’acqua e il lavoro. Ci sono pratiche mai attuate, nemmeno in Sud Africa, come la segregazione delle strade, con la creazione di percorsi riservati agli israeliani. E poi abbiamo un numero di prigionieri politici senza precedenti: il 40 per cento dei palestinesi è stato almeno una volta nella vita in un carcere israeliano”.

Moustafa Barghouti, medico, fondatore dell’Union of Palestinian Medical Relief Committees e leader della Palestinian National Initiative, impegnato da tempo per promuovere la lotta non-violenta per la Palestina. Lo abbiamo intervistato a Malmo, in Svezia, dove si trova per partecipare al convegno Medlink, organizzato nell’ambito del Social Forum Europeo.

Da tempo avete scelto di sostenere la lotta non violenta per i diritti dei palestinesi. Come nasce questa decisione?
Gran parte della lotta palestinese è stata non violenta. Le azioni militari trovano più risalto, ma rappresentano una parte minima della nostra battaglia. Oggi c’è un nuovo movimento non-violento che sta nascendo e di cui siamo parte. Un movimento che lotta contro l’apartheid, contro il Muro, contro l’occupazione. Con grande partecipazione popolare e internazionale. Usiamo metodi non-violenti, come le manifestazioni, ma ci sono altre pratiche non violente che i palestinesi adottano per sopravvivere: molte comunità lottano contro la demolizione delle case, altre per avere i servizi minimi. Sono tutte parte di una lotta che ritiene che la nonviolenza sia la strategia giusta per vedere riconosciuti i propri diritti.

Di recente i media britannici hanno parlato di ritirare i propri giornalisti dalla Palestina, perché in Palestina ci sarebbe meno violenza, dunque “meno da vedere”.
Non è vero. Il fatto è che i media stranieri parlano solo della violenza palestinese e non di quella israeliana. Adesso c’è più violenza che in passato, ma è contro i palestinesi. Solo dopo Annapolis, Israele ha ucciso 526 palestinesi di cui 96 bambini. Anche il Muro è un atto di violenza. Ma in questo momento i palestinesi non sono visti come esseri umani con eguali diritti. Quello che vogliamo è essere considerati alla pari degli israeliani.

Di fronte alla situazione che lei ha descritto, con l’aumento delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, si parla con sempre più frequenza della soluzione di un solo Stato per israeliani e palestinesi. Qual è la sua opinione in merito?
Quello che mi interessa è avere uno Stato democratico con diritti garantiti a tutti. Perciò lottiamo per mettere fine all’occupazione e all’apartheid. Se è più veloce la soluzione dei due Stati bene, altrimenti quella di uno Stato. Attualmente quest’ultima è una scelta israeliana. In realtà loro vogliono che abbandoniamo la Palestina, ma questo non avverrà mai.

Arriviamo alla spaccatura tra Hamas e Fatah. Quanto ha pesato tutto ciò sulla causa palestinese?  
Innanzitutto va chiarito che questa frattura rappresenta il frutto del boicottaggio internazionale nei confronti del governo di unità nazionale palestinese, raggiunto con la mediazione araba. Quando è stato messo in piedi, tutti lo hanno boicottato, non solo gli Stati Uniti e Israele, ma anche la Ue, e questo è stato un grande errore.

Al di là di questo, la frattura ha rappresentato un fatto grave, ma il mondo deve sapere che in Palestina non ci sono solo Hamas e Fatah. Abbiamo anche un terzo fronte, democratico, mentre l’insoddisfazione per Hamas e Fatah cresce, perché tra loro vi è soltanto una lotta di potere e nessuna delle due crede nella democrazia. Invece dobbiamo tornare ai principi democratici, dare alla gente il diritto di scegliere, assicurandoci che questa volta esso venga garantito. La sola soluzione per il conflitto interno palestinese è la democrazia.

 
Carlo Miele
 
 
PS: una dedica particolare a chi sostiene esami di storia contemporanea sulla Palestina
 
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Un commento

  1. sai che poi in realtà c e anche un fenomeno abbastanza diffuso di pacifica convivenza e anche di collaborazione tra civili ? ecco magari cosi parte il colpo di stato dalla povera gente che si e rotta anche un po le p***e della guerra!
     
    fatto sta che nonostante il poco felice commento che ti ho lasciato, ormai so molto piu di te a riguardo, che ti studi la storia da wikipedia!( XD)  ma non ti preoccupare, data la mia grande generosità potrai sempre, se vuoi, attingere alle mie validissime fonti!
    ah! e volevo aggiungere che sei stato davvero sadico nel farmi leggere a forza st intervento dal momento che tu sai quanto sangue sto buttando su queste 2000 pagine di storia!!! ( che non riguardano solo la palestina… -.-")
    e che, a meno che tu non conosca altre persone che devono fare esami simili, questa dedica é davvero poco dolce!!!!!!!!!

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