Ignacio Taibo II all’università: «Non dovete pagare per il Titanic neoliberista»

 

Parla a raffica. «Ci vogliono far pagare il conto della serata, ma noi, a cena sul ponte di comando del Titanic, non ci siamo stati».

Scusi, Paco: in che senso?

«È come sul Titatic: sta affondando e solo adesso vengono a dirci che il conto della serata sfrenata lo dobbiamo pagare noi. Che lo devono pagare i nostri figli. Non ci cascate, ragazzi! Che s’inabissi, ecco».

Paco Ignacio Taibo II, scrittore spagnolo di nascita ma messicano d’adozione, è appena atterrato in Italia per due giorni di incontri e presentazioni. È nato a Gijón, nel 1949. Nel 1958 si è trasferito in Messico con la famiglia, di solide tradizioni antifranchiste, e da allora è sempre vissuto a Città del Messico. Laureato in sociologia, lettere e storia, ha vissuto da protagonista le drammatiche vicende del ‘68 messicano; giornalista dal 1969, ha diretto numerose riviste. E infatti, appena arrivato, ha già letto i giornali e si è fatto fotocopiare – dalla fidata Cristina della sua casa editrice italiana – un bel malloppo di rassegna stampa sul movimento studentesco che si oppone alla contro-riforma del ministro Gelmini. «Non so, avrei bisogno di altro tempo per poter giudicare nel merito», è la sua posizione da storico. «Ma di una cosa sono certo: questi ragazzi non devono pagare il conto del Titanic».

Allora, Taibo, partiamo dall’inizio. Di quale Titanic sta parlando?

«Per me, il Titanic sono questi ultimi 15 anni di politiche neoliberiste. Ci hanno relegato laggiù nelle stive, mentre sul ponte del capitano se la raccontavano di poter fare e disfare gli Stati. Hanno puntato a dismettere tutto e adesso siamo alla resa dei conti: alla lista delle privatizzazioni mancano solo la sanità e la scuola pubbliche. Per me, i giovani, gli insegnanti, i genitori italiani fanno bene a protestare: non spetta a loro pagare il conto di questo delirio».

Un delirio che, poi, è una crisi della finanza che abbraccia anche l’economia reale. Ma se il Titanic affonda, ci rimettiamo anche noi, no?

«Forse. Ma non è che se rimane a galla per noi sarà un fatto positivo. Soprattutto perché è la stessa idea di Titanic ad essere stata costruita ad arte. Certo: alla cena al tavolo del capitano c’hanno pasteggiato in tanti. Ma al cittadino normale, nemmeno le briciole. Se il Titanic si inabissa, la colpa sarà di chi ha scambiato il neoliberismo per l’invito al galà e non come lo strumento per smontare lo stato sociale».

Un po’ come dire: ci han fatto credere di essere dei Leonardo Di Caprio e invece, sul piroscafo, ci siamo svegliati con l’acqua della crisi già alla gola, un po’ come stare nella Terza Classe che è solo "dolore e spavento". Paco Ignacio Taibo II è in Italia per presentare un libro. Non un suo libro (l’ultimo è la monumentale e fascinosa biografia di Pancho Villa, edita per la Tropea), ma quello del padre, Paco Ignacio Taibo I. "Fuga, ferro e fuoco", il titolo.

Una curiosità, Paco: è più difficile presentare un proprio libro o il libro di un altro, per di più quello di suo padre?

«Beh, non è la prima volta che succede. Sinceramente devo dire che, cronologicamente, io sono diventato uno scrittore famoso ben prima di mio padre. È che lui ha passato la sua vita a fare: il giornalista di mattina, l’autore tv di pomeriggio, il saggista di cucina e di teatro la sera. In questo senso, è sempre stato uno scrittore clandestino. Forse scriveva di notte, non so».

«Fuga, ferro e fuoco» è un libro che parte dalla cittadina di Puebla, in Messico, nel 1772 per tornarci nel 1973. Dalla cosiddetta «Rivolta delle monache» alla repressione del movimento studentesco.

Che storia racconta Paco Ignazio Taibo I in questo libro?

«Mio padre ha voluto riscrivere la storia di queste monache di Puebla che, nel XVIII secolo, lottarono contro l’oligarchia ecclesiastica per una vita, un convento migliori. Furono accusate di "reazione" quando in realtà, sostiene il vecchio Taibo, fu tutto il contrario. E poi, rimanendo sempre a Puebla, mio padre ci racconta la violenta repressione degli studenti messicani che, dopo aver alzato la testa nel ’68, protestarono contro la corruzione e il nepotismo. Sullo sfondo c’è il Messico, terra di rivolte e di libertà».


Nel libro, tra i ragazzi del movimento studentesco sembra esserci anche lei. O è solo un’impressione?

«In realtà, in quei giorni io ero sempre a Città del Messico a organizzare gli scioperi dell’università. Mio padre si è preso una licenza poetica, ma il succo del racconto rimane tutto. Mentre io scendevo in piazza per protestare contro i tagli all’educazione pubblica e per una vera democrazia, mio padre si è comportato come un protettore.

In che senso?

«Sì, come un protettore di seconda fila. Il suo lavoro di giornalista lo portava nelle stesse piazze dove io sfilavo con gli altri studenti. Lui stava là, a guardare e a cercare di capire per raccontarlo sul giornale. Poi, però, mi consigliava, mi guidava e, in tante occasioni, mi ha protetto da sbagli o da situazioni troppo pericolose. Devo ricordare che io ero uno straniero, uno spagnolo. E la polizia messicana non ci andava leggera con gli stranieri che protestavano contro il governo. Oggi come allora».

Il movimento studentesco messicano, di cui ha raccontato la genesi nel suo saggio "’68", è stato stroncato nel sangue e un’intera generazione ridotta al silenzio. In Messico, la polizia entrò davvero nelle scuole. E uccise.

«Sì, ma la loro vittoria fu effimera. Dopo 40 anni, poche settimane fa, abbiamo organizzato un’enorme manifestazione a Tlatelolco (la piazza delle Tre Culture, teatro della repressione nel 1968 a Città del Messico). Mi dovete credere: dopo 40 anni, tanti messicani sanno che quella è ancora una ferita aperta. "Il passato ritorna", c’era scritto nello striscione che apriva la manifestazione di quest’anno. Una frase semplice ma che ricorda che la battaglia per la libertà non è finita».

Nel pomeriggio di oggi (martedì), Paco Taibo II farà visita agli studenti di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano. Cosa gli dirà?

«Niente. Non voglio fare il professorino della rivolta, né il nostalgico. Ho voglia di capire questo progetto del governo Berlusconi. Conosco l’entità dei tagli e, fosse solo per questo, sto dalla parte di chi protesta, di chi non vuol svendere la scuola pubblica».

Taibo II che presenta un libro di Taibo I. Un rapporto padre-figlio che passa dalla scrittura alla "protezione" politica. Come si comporterebbe se sua figlia si trovasse nel mezzo di una protesta studentesca come quelle che lei stesso organizzava trent’anni anni fa?

«Per fortuna, mia figlia non fa la scrittrice – ride Paco Ignacio -. È fotografa e già questo segna una differenza nel clan Taibo. Però, tra pochi giorni, uscirà il primo romanzo di mio fratello Benito (tranquilli: in onore dell’eroe del Messico moderno, Benito Juarez, ndr). Dopo un libro di poesie, ha cercato di misurarsi con la narrativa. Come dire: il clan continua la sua strada, sulla carta come nell’indole alla protesta. Un po’ come racconta sempre mio padre nel suo libro che, almeno per me, rimane il migliore. "Para parar las aguas del olvido" (Per fermare le acque dell’oblio), che presto arriverà anche da voi, è un libro sull’infanzia e l’adolescenza, sullo spirito di ribellione durante la Guerra Civile spagnola. Lì c’è già tanto di quel che io chiamo il clan dei Taibo».

L’ultima domanda è: dopo aver chiuso con un record di visite l’ultima edizione della Semana Negra di Gijon (la festa del romanzo poliziesco che Taibo organizza come se fosse, parole sue, "una disneyland trozkista"), a cosa sta lavorando?

«A due libri. Nel giro di tre mesi li finisco. Il primo lo scrivo al piano terreno della mia casa alla Condesa, a Città del Messico. È il racconto della vera storia della battaglia di Los Alamo (1836), con la precisa volontà storica di demolire il mito yankee che vuole questo episodio come esempio dell’eroismo a stelle e strisce. Il secondo libro, che scrivo al primo piano di casa mia, è un sogno che si fa realtà».

C’entra qualcosa Emilio Salgari?

«Sì. Dopo anni sono alle prese con un’avventura dedicata a Sandokan, alle tigri di Mompracem e a tutto il mondo di carta costruito dal vostro Emilio Salgari. L’ambientazione sarà tutta messicana, un delirio. Ma non vi dico di più: ogni volta che parlo di un libro in fase di scrittura è un po’ come se lo ammazzassi. Lasciatemi ancora qualche settimana. E poi, oggi ho voglia di reagire, di ascoltare, di parlare del Titanic che affonda e di questo conto che le borse e i governi vogliono farci pagare dopo averci tenuto alla larga dal ponte di comando. Sai che vi dico: ci vediamo all’università».

Ok, Paco. Ci vediamo là.

Leonardo Sacchetti

 
 

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