Il Futuro è della camorra

 

Il futuro è della camorra. E non sembri una boutade: i caratteri di questo fenomeno si sono evoluti nel corso degli ultimi anni con una rapidità eccezionale, adattandosi con sorprendente duttilità ai nuovi mercati globalizzati, fruendo di un consenso sempre più ampio, approfittando di istituzioni sempre più deboli, reclutando nelle fasce giovanili un vero e proprio esercito a cui dà lavoro e sostegno economico. La camorra, a differenza della mafia, è democratica e opera una redistribuzione dei redditi illecitamente percepiti su una platea amplissima di famiglie, che vivono con i proventi della droga, delle estorsioni, dei prodotti falsi e di qualsiasi merce possa fruttare guadagni. Non ha una testa pensante, non aspira a strategie politiche per la conquista del potere. Ha un solo interesse: guadagnare sempre e comunque, saziare la fame di una moltitudine di persone che senza gli affari illeciti non potrebbe in alcun modo sostenersi. L’assistenza economica si estende anche ai detenuti: il carcere è un accidente che il camorrista mette in conto nel corso della sua vita professionale; anzi nel suo curriculum criminale diventa un titolo preferenziale, che fa acquisire soprattutto ai più giovani rispetto e carisma. Il fenomeno a cui assistiamo oggi è un progressivo accorciamento dell’età di carcerizzazione, nel senso che si entra in carcere sempre più giovani: a 20 anni si può comandare un gruppo di fuoco o una piazza di spaccio, si può essere definiti “zio”, il soprannome che viene di solito riservato ai capi. Il “sistema camorra” dunque poggia su solide basi economiche, prospera nella illegalità diffusa e nella latitanza dei cosiddetti poteri legali, può contare su una omogeneità culturale, che detta, soprattutto fra i giovani, stili di vita e modelli sociali. E questo sistema sociale, questo modello culturale, trova un consenso sempre più esteso nella cd. fascia grigia, in quella società – si fa per dire – civile, che certamente non può dirsi camorrista, perchè non commette reati di camorra, ma che con essa convive, la accetta, non si ribella, né ha alcuna intenzione di ribellarsi, perché aspira ad avere lo stesso vestito griffato o lo stesso motorino truccato. La conformazione urbana e la storia della città di Napoli sono un esempio di integrazione sociale e di convivenza fra diverse classi: nello stesso palazzo vivevano servi e padroni; nella stessa strada abitavano nobili, ladri e prostitute. I “quartieri spagnoli” sono l’emblema di questa società composita: un tempo pieni di botteghe artigiane e di piccoli commercianti, oggi preda di numerosi gruppi criminali (i Mariano-Picuozzi, i De Biase-Faiano, i Terracciano, i Russo-figli di Mimì dei cani, i Lepre, i Cardillo-teste matte, i Piccirillo) che si contendono metro per metro, vicolo per vicolo il dominio in tutte le attività illecite (dalla droga, all’usura, alle estorsioni), su un’area che a stento raggiunge un chilometro quadrato, sita nel pieno centro di Napoli. I napoletani sono tolleranti: una volta, nel corso di una conversazione intercettata fra due extracomunitari uno dei quali viveva a Milano e un altro a Napoli, il primo si lamentava dei continui controlli di polizia cui era sottoposto e il secondo lo invitava a venire a Napoli dove svolgeva indisturbato i suoi illeciti traffici. Ma questa tolleranza, questa capacità di ingoiare qualsiasi rospo, frutto della storica capacità di adattamento a tante dominazioni straniere, e che è ben sintetizzata dal detto «tira a campare», costituisce anche il più evidente limite e freno a un autentico riscatto dal giogo della camorra, che, anzi, viene addirittura sfruttata da pezzi di questa società. Mi è capitato di imbattermi nell’avvocato che tenta di risolvere un problema di sfratto ricorrendo alla capacità di intimidazione del clan operante nel quartiere e in vari imprenditori che cercano di risolvere i problemi economici della loro azienda facendo ricorso alla camorra; con la quale poi inevitabilmente finiscono con l’entrare in un rapporto di tipo societario. Come investe la camorra i suoi redditi? Premesso che una parte non marginale diventa reddito di consumo per tutti gli affiliati e le loro famiglie, premesso che un’altra parte, anch’essa non marginale, viene reinvestita nelle medesime attività illecite (il traffico di droga per tutte), in alcune zone si assiste a fenomeni imponenti di usura che hanno creato un vero e proprio circuito illegale di finanziamento per l’imprenditoria, che non si rivolge più alle banche, ma alla camorra; anche perché il fiume di danaro che arriva dalla droga consente agli usurai di essere addirittura concorrenziali con i tassi legali, con conseguenze devastanti per chi intende operare secondo criteri di legalità, che viene inevitabilmente e immediatamente a trovarsi “fuori mercato”. Le istituzioni sono assenti o colluse. Emblematica è la storia dei pontili a Mergellina; dopo decenni di illegalità nel settore degli ormeggi nautici gestiti dalla camorra, finalmente l’autorità portuale diede delle regolari concessioni, che furono aggiudicate a una cooperativa, che riuscì a rispettare tutti i parametri ambientali e paesaggistici imposti dalla Sovrintendenza e fece un imponente investimento economico per l’acquisto dei pontili mobili ecocompatibili. Tutti gli ormeggiatori abusivi si sollevarono con manifestazioni di piazza, blocchi stradali e blocco del porto degli aliscafi, la camorra minacciò gli ormeggiatori della cooperativa, qualche intellettuale cominciò a sostenere che quei pontili rovinavano il panorama, si aprì in città e sui giornali un largo dibattito, all’esito del quale la Sovrintendenza, che pure aveva dato la sua autorizzazione, impose il vincolo storico sul muro frangiflutti di origine borbonica, rendendo così automaticamente illegittima qualsiasi posa in opera a distanza di 500 metri. I poveri ormeggiatori della cooperativa, minacciati dalla camorra, fallirono perché non poterono pagare i pontili acquistati; tre camorristi sono finiti in carcere e condannati per tentata estorsione grazie alla denuncia di quei coraggiosi ormeggiatori, ma nello specchio d’acqua di via Caracciolo sono tornati gli abusivi, che quell’anno grazie ad una dispendiosa e lunga operazione congiunta fra polizia, carabinieri, guardia di finanza e capitaneria di porto, si era riusciti ad eliminare. E le istituzioni? Il Comune, la Provincia, la Regione cui compete il demanio marittimo dov’erano? La nautica per una città di mare come Napoli poteva costituire occasione per innescare un virtuoso circuito di sviluppo economico; e all’epoca si era anche in campagna elettorale per le elezioni amministrative: quale occasione migliore per parlare e discutere di un tema così concreto? C’è stato un silenzio assordante: forze di polizia e magistratura sono state lasciate a sbrigarsela da sole, come se si trattasse solo di un problema di ordine pubblico o di repressione giudiziaria. I napoletani che si possono permettere una barca da ormeggiare in città preferiscono pagare in nero gli ormeggiatori abusivi, con i pontili di legno o di plastica senza nessuna misura di sicurezza, con le barche ammassate una sull’altra con evidentissimi e gravi rischi per la pubblica e la privata incolumità. Ecco, questa storia racchiude il paradigma di tutte le incongruenze di questa città. Oggi la camorra si è trasformata in una sorta di rete estesa su tutto il territorio, formata da gruppi più o meno numerosi, più o meno potenti, in un costante gioco di alleanze e contrasti, capaci di adattare le loro scelte criminali ed economiche alle convenienze del mercato, capaci di investire e reinvestire all’estero i loro guadagni illeciti, di creare o di servirsi di strutture di servizio, che li assistono in tali attività economiche e finanziarie, sanno usare internet e skype per non farsi intercettare: insomma dall’economia del vicolo al mercato globalizzato. La camorra napoletana, ad esempio, fin dai primi anni ’90 ha iniziato a fare affari e a importare merci dalla Cina; per un certo periodo attraverso il porto di Napoli è transitato il 70% delle importazioni dalla Cina e l’attività era curata da un ristrettissimo gruppo di importatori e spedizionieri, i quali falsificavano bollette doganali e frodavano il fisco, guadagnando decine di migliaia di euro per container importato E allora occorre sicuramente, da un lato, affinare gli strumenti di contrasto patrimoniale e, dall’altro, incentivare la cooperazione internazionale. Ma questa è un’altra storia.

 Raffaele Marino

Procuratore aggiunto presso

la Procura della Repubblica

di Torre Annunziata

Edito su Giudici a Sud

Annunci

Un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...