Il caso Battisti e la storia di comodo

 

Colpisce profondamente l’intransigenza del governo brasiliano nel respingere la richiesta di estradizione di Cesare Battisti, ex “proletario armato per il comunismo”, e più recentemente scrittore di successo in Francia, prima di fuggire a Rio de Janeiro, condannato per vari omicidi compiuti negli “anni di piombo” del nostro paese.

Ma fa ancora più impressione l’uso spregiudicato che alcuni politici e giornalisti disinvolti, legati al governo in carica in Italia, fanno dell’episodio, evitando di approfondire una storia che non può essere letta solo come la protezione per motivi ideologici che la Francia socialista di Mitterand, ma anche quella più conservatrice di Chirac e poi il Brasile di Lula, hanno concesso ad un personaggio non certo trasparente come Battisti stesso.

 

Perché Mitterand è stato indiscutibilmente un politico etico e Chirac, che gli è succeduto a capo di un governo di destra, è stato senza dubbio un presidente accorto e pragmatico.

Inoltre, Ignacio Lula da Silva, il presidente ex operaio che ha riportato il Brasile nel solco della democrazia dopo una dittatura sanguinaria e un paio di presidenti perlomeno assenti e sordi di fronte alle spaventose ingiustizie sociali del paese, è il frutto di un vasto movimento di cattolici di base che hanno cercato di affermare una società più giusta, attenta ai diritti di tutti, da sempre calpestati.

Cosa avrebbe spinto, dunque, questi uomini di Stato, oltretutto politicamente diversi, a tenere sul caso Battisti un atteggiamento apparentemente così contradittorio e non coerente con l’esigenza di punire chi si è macchiato di delitti imperdonabili?

Alcuni esperti di giurisprudenza sostengono che non sono convincenti le motivazioni con cui Battisti sarebbe stato ritenuto colpevole nei processi che lo hanno condannato.

Altri segnalano che l’Italia, ultimamente, non si è guadagnata una grande fama di equità giuridica e che il nostro paese, ormai abituato, da quando governa Berlusconi, ad assolvere chiunque si macchi anche di reati pesanti e indecentemente truffaldini nel campo economico, commerciale e fiscale, abbia negato l’anno scorso l’estradizione ad un imprenditore italo-brasiliano condannato da un tribunale, dall’altra parte dell’oceano, a dodici anni di carcere per bancarotta e gravissimi reati nel campo finanziario e che, quindi, questo rifiuto sarebbe una risposta stizzita del Brasile ad un comportamento non proprio trasparente del nostro governo.

Non so se qualcuno di questi fattori abbia influito nelle pieghe che ha preso la storia ma certo mi sgomenta scoprire la superficialità, l’ambiguità, la doppia morale di molti dei nostri politici al governo e di tanti colleghi dei media che non solo non hanno voluto approfondire questi risvolti, ma in altri casi drammatici, come questo che riguarda la contorta figura di Battisti, hanno fatto finta di non vedere, hanno eluso, hanno svicolato, dimenticando magari che in Italia ci sono state trame eversive culminate in sette stragi di Stato, per le quali nessuno a pagato.

Quando Tarso Genro, ministro della giustizia brasiliano, ricorda che il nostro paese non ha saputo ancora fare i conti con gli “anni di piombo”, non afferma infatti un concetto molto lontano dalla realtà.

Perché gli apparati dello stato, che in quelle stagioni trescarono con il terrorismo, come ad esempio l’ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno del famoso Federico Umberto d’Amato che, insieme ad alcuni uffici del Viminale, si inventarono la pista anarchica segnando per sempre la vita del povero Piero Pinelli o di PietroValpreda, non hanno mai pagato per la respondabilità delle loro nefandezze.

Quell’apparato dello stato perverso, non va dimenticato, produsse la strage di Piazza Fontana, la prima di quegli anni, prima che comparissero le Brigate Rosse, inguaiando anche la vita di tanti ragazzi dell’estrema destra che accettarono di essere il braccio armato e quindi, nel tempo, di diventare essi stessi vittime del loro terrorismo.

Mi fa rabbrividire pensare con quale cinismo alcuni funzionari convinti dalla Cia o da qualunque altra sovrastruttura poltica internazionale (Gladio per esempio era un organismo segreto della Nato, mai sottoposto ad approvazione del nostro Parlamento) scelsero sulle fotografie o sulla semplice descrizione del loro modo di essere da parte di qualche maldestro questurino, chi doveva essere il colpevole o chi doveva essere il “mostro”, trascurando che quelle persone innocenti erano esseri umani, cittadini italiani con una loro vita, responsabili solo di sostenere campagne civili e sindacali degne di una democrazia vera.

Piazza Fontana fu l’inizio di una guerra civile non dichiarata che la politica italiana non ha mai saputo o voluto affrontare per studiarla, spiegarla, condannarla, chiarirla insomma.

E all’estero lo sanno. Perlomeno in nazioni che hanno, come la Francia, una grande dimestichezza per le lotte sui diritti delle persone o in nazioni che finalmente si avvicinano ad una democrazia compiuta, come il Brasile, e quindi a volte hanno la tentazione dell’intransigenza.

La Germania ha avuto lo stesso problema dell’Italia con la complicazione delle riunificazione con l’ex Europa comunista dell’Est, ma non si è tirata indietro di fronte alle proprie responsabilità e ha chiuso i conti con il suo passato.

In Italia invece questo dovere di chiarezza verso i cittadini non è stato mai sentito ed espletato da nessuno dei governi che ci hanno guidato in questi anni. Eppure le inquietanti connivenze di alcuni settori dello stato, oltre che nella strage alla Banca dell’agricoltura a Piazza Fontana a Milano, non sono state mai completamente chiarite e condannate, anche negli attentati alla Questura di Milano, a Brescia (per il quale sono nuovamente indagati Delfo Zorzi, insieme a Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte), al treno espresso Italicus, ad Ustica ed alla stazione di Bologna (dove per depistaggio sono stati sanzionati solo alcuni esponenti della loggia massonica P2, fra cui lo stesso Licio Gelli).

Franco Freda e Giovanni Ventura, due neofascisti tre volte accusati e tre volte assolti per insufficienza di prove (nel’81, ’84 e ’85) come organizzatori proprio della strage di Piazza Fontana, ora, anche se incolpati da nuovi testimoni, non possono più, per legge, essere giudicati.

Delfo Zorzi, militante di Ordine Nuovo e accusato nel ’90 di essere stato l’esecutore materiale dell’attentato alla Banca dell’agricoltura a Milano (l’inizio di tutto il terrorismo di stato), vive miliardario in Giappone, paese che ha negato l’estradizione.

Non tanto tempo fa Zorzi fu accusato nuovamente dai pentiti Martino Siciliano e Carlo Digilio, anche loro militanti di Ordine Nuovo, di essere il responsabile della prima strage terroristica degli “anni di piombo” in Italia.

Il processo era quello istruito dal GIP Guido Salvini. Ma, nel frattempo, Carlo Digilio è morto e Martino Siciliano, non tanto sorprendentemente, ha ritrattato.

Il giudice ha sostenuto che è stato comprato con trenta milioni delle vecchie lire da Zorzi e per questa storia poco edificante è inquisito, tanto a Milano quanto a Brescia, l’avvocato di Martino Siciliano, Gaetano Pecorella.

Proprio a causa di questa accusa l’avvocato Pecorella, che in gioventù era uno dei legali di Soccorso Rosso, ma ultimamente è diventato uno dei difensori di Berlusconi ed è stato eletto in Parlamento, ha dovuto essere sotituito da Forza Italia nella corsa a giudice costituzionale.

Credo che questo quadro inquietante e dimenticato, di cui la destra eversiva del paese fu mandante e complice, prima e dopo che si materializzassero le Brigate Rosse, dovrebbe invitare ministri come La Russa, Alfano, Frattini, ad essere più cauti, per decenza, nelle loro dichiarazioni sul caso Battisti, e alcuni colleghi della grande stampa e della tv a sentire l’umiltà che richiede la ricerca della verità e il rispetto verso i cittadini, che non sono mandrie di pecore, ma abitanti di questo paese con il diritto ad un ricordo onesto.

 

Gianni Minà

 

Edito su Gianni Minà

 

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