Le croci rosa di Ciudad Juarez

 

In Messico sono centinaia le donne sparite e uccise per il traffico di organi, videotape estremi, giochi sessuali

 

Ho sempre pensato al Messico come a una terra romantica, dentro di me c’erano le letture dei disperati di Traven, o i buffi e tragici eroi di Steinbeck, gli affamati ‘campesinos’ e i guerrieri di Pancho Villa e di Emiliano Zapata, i mascalzoni di Cortez, che arrivarono lì con gli archibugi e i primi cavalli, i grandi vulcani, le miniere d’oro e d’argento, e i templi aztechi e le intelaiature metalliche che pompano greggio, le tortillas, le papaie, i manghi, le orchestre di ‘mariaquis’, e la faccia splendida e indimenticabile di Dolores Del Rio. Ho visto una foto con una grande croce su cui sono conficcati più di 500 chiodi, è una foto che mi ha sconvolto, perché ogni chiodo rappresenta una giovane donna rapita e riapparsa in mezzo al deserto seviziata, violentata, poi uccisa. Questa croce è a Ciudad Juárez, la quarta città del Messico, circa un milione e mezzo di abitanti, al confine con gli Stati Uniti, a quattro chilometri da El Paso, Texas. Ne sentii parlare solo una volta, quando nel 1957 Sophia Loren e Carlo Ponti risolsero lì i loro problemi coniugali con un matrimonio messicano. È una zona di passaggio, di emigranti, di gente povera che insegue il sogno americano. Oggi Ciudad Juárez viene chiamata dalle donne messicane la città della morte; solo nell’ultimo anno le rapite sono state 200. Delitti che non hanno mai visto una condanna, ma neanche una vera e propria indagine. Si racconta che le cause di questo orrore siano il traffico di organi, videotape estremi, giochi sessuali con morte annessa. Quello che è più grave, raccontano alcuni giornalisti disposti a sfidare la vendetta, è che il governo tollera questa situazione. Sono pochi cronisti che cercano di portare luce in una zona d’ombra. Elena Rivera Morales aveva 16 anni, come Elena Chavez Caldera; Claudia Yvette Gonzales 20 anni, è stata assassinata nel 2001 e il suo corpo fu rinvenuto in un campo di cotone accanto ai resti di altre sette ragazze. Lilia Alejandra Garcia Andrade aveva 17 anni, mentre Elena Guadian, 26 anni, lasciò due bellissimi bambini e di lei non si è mai più saputo nulla. Sono alcuni chiodi di quella croce. Sono stato in Messico una sola volta, nel 1981, al seguito del presidente Sandro Pertini in visita ufficiale, un viaggio che l’avrebbe portato poi in Costarica e in Colombia. A Città del Messico incontrai per la prima volta Gabriel García Márquez, il grande scrittore colombiano autore di ‘Cent’anni di solitudine’ e ‘Cronaca di una morte annunciata’ che nel 1982 avrebbe ricevuto il Premio Nobel. Me lo presentò Gianni Minà. Márquez viveva in Messico da molto tempo e dal 1976 aveva chiesto asilo politico. Già allora conosciuto in tutto il mondo, voleva spiegare che cosa stava accadendo nel suo paese e perché l’aveva lasciato. Mi disse: "Io non dico tutta la verità, ma quella che saprete a Bogotà è di sicuro molto meno". L’incontro avvenne in un bar: il Camino real. Ebbi l’impressione di essere di fronte a un uomo forte, dalla faccia leale, con baffi e capelli grigi. Allora aveva poco più di 50 anni, parlava con misura e con umore, le sue parole erano chiare, si capiva che la sua terra, e soprattutto la sua gente, gli era rimasta nel cuore. Ogni pausa, un sorso di whisky annacquato, io bevevo Margherita, che è un miscuglio di tequila, Cointreau e limone, sembrava niente, ma si faceva sentire. Mentre mi parlava, io rivedevo quello che lui aveva scritto nei suoi libri: sperduti villaggi con l’alcade, le guardie, il giudice, il parroco e il dottore, case con pareti di fango o di canna selvatica, il tetto di paglia o di zinco, piazze desolate, mosche, aria che sapeva di sonno o odorava di caffé o di cuoio, giovani donne mulatte scatenate nell’amore, zanzare e formiche volanti, rumori di stivali e di armi, un senso di immobilità e di putredine, campane che battevano invano le ore, un popolo povero. Márquez mi disse: "La vergogna ha memoria debole". Nel 1981 la Colombia stava passando da una situazione feudale al capitalismo, ma la corruzione non era seconda neanche a quella messicana, assai notevole: "Ma almeno qui in Messico c’è ricchezza, c’è da prendere", diceva Márquez, "laggiù invece stanno impoverendo ancora di più i poveri. Non sono partito perché mi sentivo in pericolo, ma per tentare di fare qualcosa per la mia gente. Chi governa ha l’esercito, io la penna". In quella lunga chiacchierata parlammo tanto anche del Messico che lo aveva accolto come un figlio. E adesso, guardando quella croce di Ciudad Juárez, penso al nostro mondo ‘civile’ che si batte per le quote rosa e non si accorge di quelle giovani donne che vengono uccise perché qualcuno ha il piacere di ucciderle. Dall’altra parte del mondo, in Iran, c’è una ragazza che sta per essere lapidata perché ha ucciso l’uomo che la stava violentando.

 

Enzo Biagi

 

Tratto da Annali di Enzo Biagi

 

Annunci

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...