Campi profughi in Libano, una bomba pronta a esplodere

 

Pieni zeppi di centinaia di migliaia di persone emarginate, pesantemente armate e prive di qualunque diritto politico. Una vera e propria bomba, pronta a esplodere da un momento all’altro.

 

È questa l’immagine dei campi profughi palestinesi in Libano, delineata nell’ultimo rapporto dell’International Crisis Group (Icg).

 

La premessa da cui parte il centro studi internazionale è che “al contrario che in altri paesi ospiti, nella politica del Libano la questione dei profughi è centrale”.

 

Qui più che altrove, si legge nel documento di 46 pagine (Nurturing Instability: Lebanon’s Palestinian Refugee Camps), il problema di coloro che sono stati cacciati dalla Palestina nel 1948, in occasione della creazione dello Stato di Israele, e dei loro discendenti costituisce “una fonte di dibattito appassionato”, “una scintilla di violenza”, ma “anche il terreno di coltura per militanti jihadisti” e “uno strumento manipolato da attori esterni”.

 

Oggi i profughi palestinesi in Libano non possono diventare cittadini  del Paese in cui vivono o possedere terreni, e sono esclusi per legge da settanta mestieri. In questo modo, Beirut ha inteso tenere da parte i suoi “ospiti”, in modo da non compromettere i delicati equilibri della propria Costituzione, che divide il potere su base confessionale.

 

Ma la situazione attuale non è altro che il risultato di anni di abbandono e di pessime politiche, volte a privilegiare la sicurezza a discapito dell’integrazione e del riconoscimento dei diritti. A ciò vanno aggiunte le tensioni interne alla scena politica libanese e quelle regionali, il conflitto israelo-palestinese, le divisioni interne ai partiti palestinesi e agli Stati arabi.

 

“Per anni non si è fatto nulla per affrontare in maniera reale il problema”, spiega Sahar Atrache, analista di Icg Lebanon, secondo cui “gli sforzi per tenere a bada i profughi e prevenire il loro coinvolgimento economico e sociale ha implicazioni pericolose”.

 

Che fare

 

Nel rapporto dell’Icg c’è spazio anche per delle raccomandazioni, rivolte al governo libanese e alla comunità internazionale.

 

Innanzitutto, si legge nel testo, è necessario migliorare le condizioni dei campi e far chiarezza sullo status dei rifugiati, in modo che essi possono godere dei diritti fondamentali, con l’esclusine di quello alla cittadinanza e al voto.

 

In secondo luogo, va rivisto la gestione della sicurezza nei campi. “Le fazioni palestinesi – afferma l’Icg – dovrebbero assicurare la stabilità dei campi, proibire la pubblica ostentazione di armi e rispettare la sovranità del Libano”, mentre quest’ultimo “dovrebbe definire un codice di condotta per le forze di sicurezza locali  e punire i trasgressori”.

 

Infine, bisognerebbe “intensificare la cooperazione libano-palestinese e interpalestinese”.

 

“I campi – conclude Robert Malley, direttore del programma per il Medio Oriente dell’Icg – sono un innesco fatto di una miscela di privazioni socio-economiche, marginalità politica, sfiducia nello Stato, inefficacia della sicurezza, radicalismo, armi e contrasti di leadership. Il conflitto di Gaza non ha causato una conflagrazione. Ma è probabile che il prossimo fiammifero, interno o regionale, gli dia subito fuoco”.

 

Carlo Miele

 

Edito su Osservatorio Iraq

 

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