L’esercito israeliano ha usato armi non convenzionali a Gaza?

 

Fonti autorevoli e semi ufficiali israeliane hanno ammesso l’uso di artifizi al fosforo bianco durante la recente campagna di operazioni a Gaza. Beh, non è una grande scoperta Peacereporter ne aveva parlato dopo appena pochi giorni dall’inizio della guerra. Le stesse fonti hanno specificato che l’uso di tali strumenti è stato all’interno della normativa internazionale accettata, cioè il fuoco di fosforo devono essere usato come illuminante o per creare cortine di fumo, lontano da zone densamente popolate. Dove Tsah’al sia riuscito ad individuare zone non popolate nella "striscia" di Gaza è un vero mistero.

Ogni guerra è il banco di prova di nuove armi, nuove tecniche o per l’ulteriore perfezionamento di quelle usate in precedenza (specie se l’opinione pubblica ne è ancora all’oscuro e qualcuno non si è già mosso per vietarle). Nella campagna di un paio d’anni fa contro Hezbollah nel Sud del Libano erano comparse su larga scala le cosiddette bombe DIME. DIME significa "dense inert metal explosive", per alcuni si tratta dell’ultimissima bomba "umanitaria"che (a modo suo) "salva delle vite" per altri di una nuova crudele forma di aggressione alla dignità umana e all’ambiente.

In pratica l’esplosivo DIME serve a contenere il raggio di propagazione dell’esplosione stessa, senza tuttavia ridurne la potenza. Fino ad ora per contenere il raggio di esplosione (blast radius) e delle schegge era necessario mettere meno esplosivo nelle bombe, ma sotto una certa soglia la carica perde efficacia. Non è che bombe si tramutano in mortaretti, è che entrano in campo altri fattori: il rapporto di costo-efficacia per quel che riguarda la piattaforma, cioè costo del vettore e il rischio per la sua esposizione alle contromisure avversarie. E la necessità di "overbombing" cioè di raddoppiare il lancio degli ordigni per essere sicuri che l’obiettivo sia stato effettivamente raggiunto data l’inevitabile dispersione.

Una bomba DIME è costituita da involucro leggero in fibra di carbonio riempito con una miscela esplosiva cui sono aggiunte microparticelle inerti. Queste particelle, normalmente costituite da metalli pesanti (tungsteno, nichel, cobalto o uranio) si considerano "inerti" perché non prendono parte al processo di trasformazione chimica dell’esplosione vera e propria. La loro funzione è di contenere -come a "rallentare", appesantendola- la detonazione vera e propria. Questo arginamento dall’interno dell’onda d’urto conseguente all’esplosione serve a ridurre il raggio pur mantenendo inalterata la capacità distruttiva insita nella carica di esplosivo. Semplificando è un po’ come se si mescolassero già le schegge all’esplosivo.

Nel ristretto raggio dell’esplosione (meno di quattro metri) si tratta di una bomba come le altre, poi la polvere di metallo incandescente incontra la resistenza dell’aria e rallenta. Gli effetti oltre questo primo raggio di azione, in particolare quelli sui tessuti viventi, sono molto particolari. La polvere che si comporta come una nuvola di micro-schegge non ha la forza di sfondare corazze o anche semplici lamiere d’auto, ma aggredisce la pelle penetrandola, anche in profondità. La polvere, sempre a seconda della distanza dal punto di esplosione, trasmette il suo calore all’organismo provocando ustioni e shock e se ha ancora una buona carica di energia cinetica, provoca amputazioni e migliaia di microferite.

A seconda della distanza, quindi, i corpi o sono letteralmente polverizzati, o sono dilaniati con l’amputazione degli arti e l’ustione competa delle parti esposte oppure hanno via via meno ferite fino ad arrivare ad una sorta di "tatuaggio" con la pelle che ingloba e trattiene le micro particelle.

Sono proprio questi ultimi a destare i maggiori timori dal punto di vista medico, si tratta di pazienti che oltre alle ferite hanno subito una fortissima assunzione di metalli pesanti e che -in base alla quantità assunta – vanno incontro ad avvelenamento acuto, oppure al cancro. Alcuni rapporti medici, privi ancora della scientificità, erano giunti un paio d’anni fa anche dall’Afghanistan. I metalli pesanti non sono compatibili con la vita, nei paesi avanzati abbiamo tolto il piombo dalla benzina, le otturazioni ai denti, abbiamo il controllo delle quantità contenute nelle carni e nel pesce ecc. ecc.

Con le bombe DIME abbiamo a che fare con densità di micropolveri di metalli pesanti assolutamente fuori da ogni standard di sopravvivenza, che estendono i loro effetti nel tempo. Gli inquinanti ricadono al suolo, vengono movimentati dal vento e dalle attività umane e poi con la pioggia, entrano nel terreno, nella falda e da lì nella catena alimentare sia tramite l’acqua da bere che attraverso il cibo.

Sono tutte cose che abbiamo già visto, le conseguenze sono molto simili a quello dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito, solo che c’è una grossissima differenza che non è solo tecnico-militare. I proiettili all’uranio impoverito si usano per forare le corazze dei carri armati del nemico e solo per quello visto che contro altro obiettivi non hanno praticamente efficacia. Ciò significa che si possono individuare con una certa facilità le zone contaminate e al limite, procedere ad una qualche forma di bonifica (ancora tutta da studiare) o comunque alla limitazione di accesso. Le bombe DIME, con il loro intento di "contenere" l’esplosione, hanno quasi una immagine "umanitaria" ed è più "facile" utilizzarle in ambienti chiusi quali sono le città.

Tsah’al ha ammesso l’uso di fosforo bianco a Gaza, non poteva fare altrimenti, ma delle bombe DIME nessuno ha fatto parola: l’opinione pubblica non le conosce ancora.

 

Paolo Busoni

 

Edito su Peace Reporter

 

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