Il presidente Fregoli

 

Lo spot che Tg1 intende far passare per notizia, dopo cenni confusi al “cinque in condotta” e un’esibizione da Bagaglino dell’avvocato Gelmini, l’ha offerto l’altra sera, tra squilli di trombe e rullar di tamburi, un Sacconi formato imbonitore, con la storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ti lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterni passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Un provvedimento che certo rassicura, ti assicura Vespa, rassicurato dal salotto buono in crisi d’astinenza per la penuria di catastrofi naturali, di omicidi morbosi su cui montare un caso e l’inflazione di violenze carnali su cui già troppi mostri si sono sbattuti in prima pagina per rinnovare i primati d’ascolto.

Lo spot ha un suo obiettivo; è una tiritera ipnotica che varca l’invisibile soglia della coscienza, fa breccia nell’inconscio e tu ci credi: tutto va bene, tutto è veramente normale, madama la marchesa. Tutto va bene ma, calato il sipario e terminata tra applausi prezzolati l’opera dei pupi, i precari della scuola della Campania si ostinano a far circolare notizie sediziose e tendenziose sul taglio degli organici previsto nella misura del 10%, perché, spiega un indecifrabile Direttore Generale della scuola targata Gelmini, la regione ha il 10% degli organici nazionali e le tocca pertanto – qui c’è un empito di giustizia sociale – il 10% dei tagli. A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia: tre ispettori di polizia – sottratti alla via consegnata a scippatori, ladri e stupratori – per tenere a bada la pericolosissima commissione d’insegnanti ricevuta durante un sit. E’ durato un’ora il colloquio coi precari e, sotto lo sguardo vigile e rassicurante dei solerti funzionari di Pubblica Sicurezza – la sicurezza è un’ossessione di questo governo sicuro delle sue insicurezze – il Direttore Generale d’una scuola che minaccia di andare avanti senza più insegnanti ha trovato il coraggio di sputare il rospo. Numeri approssimati per difetto: 5000 insegnati tagliati come spighe nei campi che, sommati ai 3500 dello scorso anno, raggiungeranno il totale impressionante di 9000 docenti tagliati definitivamente fuori da ogni possibilità d’insegnare. Il colpo più duro tocca per ora alla scuola primaria, che dovrà vedersela poi col maestro unico e col pensionamento delle compresenze.

– Cinque in condotta, blatera l’avvocato, perché noi amiamo la scuola.

– Dal 10 al 20 % per cento spara al vento Sacconi, come fosse al mercato delle vacche. In quanto al Direttore Generale, anima pia, si stringe nelle spalle rassicurato dagli ispettori di Pubblica Sicurezza, incuranti dell’insicuro futuro dei lavoratori.

A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia e, a dire il vero, in barba alla sicurezza, la rappresentazione assume toni poco rassicuranti: gli esuberi basteranno a coprire tutte le cattedre vacanti e per i precari è sicuro: non c’è più speranza.

La crisi, ripete da Arcore il presidente Fregoli, sedicente operaio e normalmente padrone, è un’esagerazione cattocomunista. E di rincalzo Brunetta, che si muove a comando, ripete con voce chioccia e sprezzante: fannulloni!

– Nulla da sperare nemmeno per quanto riguarda trasferimenti e assegnazioni provvisorie in ingresso, sussurra il Generale Direttore. L’elevato numero di esuberi è una barriera insormontabile e in forte dubbio, per mancanza di fondi, risultano ormai anche gli incarichi regionali.

– Supplenze? Chiede la delegazione sotto ammonitore dei tre ispettrori.

– Assolutamente da escludere, risponde l’alto funzionario della scuola che non c’è più.

Inutile porre il problema delle continue violazioni della 626. Il governo del “pacchetto sicurezza” ritiene che a scuola la sicurezza sia un lusso e gioca a un rassicurante scaricabarile: la sicurezza dell’edilizia scolastica è competenza dei Comuni.

Rimangono le graduatorie a esaurimento che nella scuola primaria campana sono, “un bruttissimo quadro appeso alle pareti e alle bacheche degli Uffici Scolastici Provinciali della regione. Un elenco di nomi e cognomi che nessuno convocherà più e che pertanto possono anche riciclare per le fotocopie. Un lungo elenco di esseri umani di cui, nessuno, ha avuto considerazione, che nessuno ha rispettato, nessuno ha tutelato” [1].

Nessuno lo dice, nessuno se ne interessa e se chiedete a Cota vi dirà con inquietante sicurezza inquietante che la soluzione migliore è il federalismo fiscale. Cota, Bricolo, Bossi e Borghezio hanno una ricetta per tutto: hai la febbre? Il federalismo fiscale te la farà passare. Hai sonno? Il federalismo fiscale ti sveglia; vuoi dormire, il federalismo fiscale ti addormenta. Di tutto e per tutto.

Nani, mercanti, ballerine, cantano a coro:

La scuola? Federalismo fiscale!

Il lavoro? Federalismo fiscale!

L’immigrazione? Federalismo fiscale!

Ll’inquinamento? Federalismo fiscale!

La crisi economica? Federalismo fiscale!

Il maltempo? Federalismo fiscale

Federalismo, federalismo e federalismo. E si danno il cambio: se Cota è cotto, passa la palla a Bricolo, se Bricolo è alla frutta appoggia a Bossi e Bossi la dà a Borghezio.

Federalismo federalismo e ancora federalismo: è la ricetta per tutti i possibili mali.

Tradotta in termini lavorativi, in Campania, per gli insegnanti precari, la ricetta non significa solo disoccupazione, ma internamento, divieto e clausura: nella Repubblica un tempo fondata sul lavoro, oggi ai precari si nega il lavoro. Ridotto il Paese a un’accozzaglia di repubblichette, l’una arroccata attorno alla sua ricchezza, l’altra circondata dal muro invalicabile della sua povertà, i precari non hanno più diritto di cercar lavoro fuori della propria città e non possono assicurare un’esistenza dignitosa alla famiglia. Mariastela Gelmini di certo non lo sa, ma è peggio, molto peggio di quanto riuscì a fare quel nobiluomo di Mussolini, il duce del fascismo, quando decise la “disurbanizzazione degli immigrati privi di possibilità di lavoro“. Conquistatori d’imperi ma stranieri a casa loro, benché cittadini italiani, gli “immigrati” furono così espulsi e “rimpatriati” con foglio di via obbligatorio se non residenti e privi di lavoro. Gelmini taglia il male alla radice: il precario è internato nella sua provincia e non ne esce, anche se altrove può trovar lavoro.

Cancellato così così il principio di solidarietà e negata la libertà garantita dalla Costituzione, questa sorta di delirio va facendo lentamente il suo percoso, come una malattia dal decorso lento ma ineluttabile, danneggiando la qualità della scuola e minando alla radice il senso etico dei nostri giovani: Certo, l’avvocato Gelmini offre momenti di vero cabaret e Sacconi formato imbonitore insiste sulla storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ci lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterno passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Tutto va bene, madama la marchesa e, tuttavia, ci vuol poco a capirlo: questa gente sta seminando vento. Prima o poi, raccoglierà tempesta.

 

[1] Da una mail di Antonella Vaccaro, che ha fatto parte della delegazione di precari che ha incontrato il FDirettore Generale Bottino.

 

 

Giuseppe Aragno

 

Edito su Il blog Giuseppe Aragno

 

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