Storia di lucidatori di sedie

 
Mentre tutti hanno preso posto sui migliori palchi, per osservare come andrà a finire l’ennesimo scontro fra galletti: politica-magistratura, Mastella-Di Pietro, Prodi-Berlusconi, ecc…la doccia fredda giunge dall’ISTAT e dall’EURISPES, che fotografano ancora una volta il malessere italiano sul fronte dei prezzi, delle retribuzioni e della fiducia nelle istituzioni. Sconfortante.
Dopo decenni di “crescita” economica, scopriamo che una consistente parte della società italiana non sa come far fronte ad una spesa imprevista di 600 euro: attenzione, non si tratta del conto di un dentista o di un carrozziere, ma di un semplice intervento d’idraulica nel bagno o di meccanica sull’autovettura!
D’altro canto, a forza di “austerità” salariali, i risultati non possono che essere questi. Se si rinnovano contratti con – poniamo – il 5% d’aumento su base biennale, e poi s’attende un anno ancora per cacciare veramente i soldi, s’ottiene questo risultato: tre anni d’inflazione al tasso ufficiale del 2% (quella reale è circa il doppio) fanno il 6%, che viene compensato con un 5%. Ogni tre anni, il potere d’acquisto decresce dell’1% se consideriamo l’inflazione ufficiale, e del 7% circa se consideriamo quella reale. Altre ricerche, affermano che la perdita del potere d’acquisto è più vicina al valore reale che a quello ufficiale, ma già perdere solo l’1% l’anno significa, in vent’anni, ridurre del 20% (che è una voragine!) la potenzialità di spesa.
Il tentativo di portare a rinnovi triennali dei contratti è un ulteriore passo per impoverire la popolazione: facendo “slittare” i pagamenti reali, giungerebbero a dare i soldi in busta paga dopo quasi quattro anni.
A questo, va aggiunto il terribile salasso delle mille gabelle che tutti i governi impongono per gli Enti Locali, per l’immondizia e tutto il resto. Solo per Regione e Comune, pago 53 euro il mese in busta paga: non mi pare che ci sia da aggiungere altro.
Mario Draghi si unisce al coro che chiede migliori trattamenti salariali, ma al prezzo della solita maggior “produttività”, ovvero: lavora di più, produci di più ed avrai più soldi. Il che, è come dire che le cose rimarranno come sono, perché il problema italiano non è produrre di più, bensì produrre altro e meglio, creare qualcosa che sia appetito dai mercati. Vorrei ricordare che la Germania occupa circa 400.000 persone nella nuova industria energetica, e sono tutti posti a tempo indeterminato e con buone retribuzioni.
Anche le recenti sciagure sul lavoro, disgrazie non sono, ed è inutile stracciarsi le vesti con i soliti pianti da coccodrilli: sono soltanto il frutto di anni di “risparmi” sul fronte della sicurezza; il parallelo aumento dell’orario di lavoro (con la pratica degli straordinari “coatti”), e la costante paura di perdere il posto di lavoro, fanno il resto. Risultato: si muore perché qualcuno ha risparmiato sulla ricarica di una bombola d’Ossigeno, perché un’impalcatura – sempre per risparmiare – viene eretta in fretta e con poca cura, perché si deve “correre” sull’autostrada per consegnare le merci, visto che in Italia navi e ferrovie sono state cacciate nel Limbo.
Nello stesso giorno della sciagura di Porto Marghera, gli operai del comune dove insegno sono giunti trafelati, al termine delle lezioni, per avvisare di spostare immediatamente le auto dal posteggio: complice lo scioglimento della neve, le tegole stavano per precipitare, oltre che sulle auto in sosta, anche sulla testa degli ignari studenti ed insegnanti che uscivano da scuola. Dal bordo del tetto, si notavano (e sono ancora lì, hanno solo transennato la zona) decine di tegole oramai in bilico. Chiesi: «Ma, il tetto, non è stato rifatto due o tre anni fa?» Risposta del dipendente comunale, mentre osservava le tegole in bilico: «Sì, ma le avranno messe insieme con lo sputo.»
Ecco una risposta sintetica e chiara: le cose, vengono “messe insieme” con lo sputo, ossia cacciate lì, tanto che sia, per dire d’averlo fatto. Prendi i soldi e scappa: tanto, per arrivare ad una sentenza definitiva, ci vorranno vent’anni, e a quel tempo avremo già cambiato ragione sociale tre volte.
E’ inutile continuare ad ammantare con il velo delle “emergenze” tutte le cose che non vanno: è “emergenza” la situazione dei rifiuti in Campania, se non piove arriva “l’emergenza” idrica, se piove troppo quella del dissesto idrogeologico. L’Italia è in perenne “emergenza” energetica, meteorologica, per il traffico…
Ora, se m’accorgo che un trave del tetto presenta una pericolosa fessura, che s’ingrandisce a vista d’occhio, non posso, dopo, definire una “emergenza” il crollo del tetto. E’stata incuria: avrei dovuto pensarci prima.
Bisognerebbe allora chiedersi chi dovrebbe “pensarci prima” e, se ci sono così tante “emergenze”, perché non ci pensa. Si fa presto a dirlo: politici ed amministratori non s’interessano più del Paese, ma soltanto della loro sopravvivenza. Già lo sappiamo.
Stupisce che Massimo D’Alema, in un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera lo scorso 19 Gennaio, non assegni troppa importanza all’attuale “scontro” fra politica e magistratura, ma a ben altro:
 “Io credo, viceversa, che ci sia una crisi della classe dirigente del Paese, un prevalere di particolarismi, a volte un venir meno della misura che è anche un venir meno del senso della responsabilità. Il problema, dunque, mi pare più ampio e profondo.”
Mano male che lo ammette – e bisogna almeno riconoscergli l’onestà di dirlo a chiare lettere – ma il Massimino nazionale si dimentica che lui stesso fa parte di quella classe dirigente, e sa benissimo quali furono, in anni lontani, i “parametri” che condussero alla selezione dell’attuale classe dirigente.
Tutta l’attuale classe dirigente è “figlia” degli accordi di Yalta, almeno fino agli attuali cinquantenni. Qual era il parametro essenziale? Fedeltà, fedeltà e poi ancora fedeltà. Capacità? Innovazione? Senso critico? No: fedeltà alla bandiera e basta.
Le “bandiere”, ovviamente, erano quasi solamente due: quella rossa e lo scudo crociato.
Dalla parte “rossa” si cercavano nuove leve soprattutto nel sindacato, ma la pratica del nepotismo era forse ancor più seguita: c’è una foto, oggi quasi ironica, che ritrae Giuliano Ferrara e il fratello in fila di fronte al mausoleo di Lenin, nell’attesa di porgere omaggio al padre del socialismo sovietico. Lo crediamo bene: il padre dei due rampolli era il direttore dell’Unità e il buon Giuliano – oggi transitato su altre sponde – negli anni ’70 era diventato – solo per censo – segretario del PCI a Torino. Se non basta ancora, scorriamo l’elenco dei giornalisti di RAI3: troppi nomi parlano chiaro.
Quelli che, invece, non avevano “santi in Paradiso” ma mostravano delle doti, erano immediatamente inviati alla scuola di partito (se ben ricordo…) ad Ariccia: tornavano dopo alcuni anni in giacca e cravatta, valigetta ventiquattrore, ad occupare una poltrona in una delle tante federazioni. I loro compiti? Tradurre in pratica il “verbo” che giungeva da Roma, che a sua volta era coniato – nei termini essenziali – dal PCUS di Mosca.
A sua volta, Mosca non desiderava chissà quali rivolgimenti nell’italico stivale: se qualcuno ha dei dubbi, ricordiamo la (implicita) risposta di Stalin ai comunisti greci dopo la “rivoluzione” del dopoguerra: “Statevene buoni buonini, perché voi siete stati assegnati al campo occidentale. Non sia mai che, a causa vostra, ci tocchi ridiscutere la posizione della Germania Est o della Polonia.”
C’erano sì dei “territori di caccia”, ma erano perlopiù in Africa e nel Terzo Mondo: il Cile – da un lato – fu una sorta di “scheggia impazzita”, così come lo fu sull’altro versante la Jugoslavia (mai entrata nel Patto di Varsavia), che finì per pagarlo a caro prezzo.
Ben si addice, quindi, la definizione del PCI che dà Costanzo Preve, ossia il “bestione metaforico”. “Bestione” perché grande apparato, e “metaforico” perché completamente avulso dai valori che propagandava. Il compito del PCI – di là delle roboanti affermazioni – era quello di mantenere lo status quo.
Mantenere lo status quo significa premiare l’immobilismo, cassare qualsiasi critica o nuovo progetto: non a caso, D’Alema (con Mussi & compagnia cantante) fu uno degli “estensori” della “bolla di scomunica” per gli eretici del Manifesto.
Se, dalle parti delle bandiere rosse regnava una soporifera gagliardia, sul versante delle bandiere bianche l’identico placido ardore era santificato sugli altari.
Cambiare?!? E cosa? Il pericolo del comunismo con le zanne ed i forconi è dietro l’angolo – miei diletti – e noi dobbiamo usare tutto ciò che abbiamo a disposizione per impedirlo. Ovviamente, il fine giustifica i mezzi, e se il fine è sconfiggere l’armata dei “senza Dio”, ci giunge dall’Empireo stesso il lasciapassare per qualsiasi iniziativa. Anche quelle che la mano destra non dovrà mai conoscere, da Piazza Fontana in poi.
Ovviamente, “L’Empireo”, era quasi sempre l’ufficio del Segretario di Stato USA.
In questo stano”balletto” degli ignavi si sono formati personaggi come Casini, Mastella, Buttiglione…e la compagnia è vasta.
Oggi, grazie all’embrassons nous del Partito Democratico, alcuni ex rappresentanti di Mosca potranno gloriarsi d’esser nati (si fa per dire…) sulle barricate e di morire nelle sacrestie. Allo stesso modo, gli ex spazzini di sacrestie potranno concludere d’aver portato a termine il loro compito: Peppone e Don Camillo – dal Paradiso degli Jedi – osservano, plaudono e si commuovono.
Noi, intanto, andiamo in malora.
Negli stessi anni, il Partito Socialista cercava più spazio e potere: Bettino Craxi fu senz’altro un abile politico, spregiudicato, ma bravo. Dall’altra, c’era il “mondo imprigionato” del Movimento Sociale, con le sue revanche e le sue nostalgie.
Come cercavano – le forze politiche minori – di creare una classe dirigente? Presto detto.
Fui chiamato con una scusa – primi anni ’70 – a casa di un dirigente locale socialista: formalmente, avremmo dovuto organizzare un evento musicale. La proposta giunse presto, senza nemmeno visionare spartiti od altro: «Ti “prendi in mano” la Federazione Giovanile Socialista: in cambio, il “posto fisso” in Comune.» Rifiutai, e quello che accettò fece tutta la trafila, “gabbia” compresa per “Mani Pulite”.
Alcuni amici, dopo tanti anni, mi raccontarono – invece – cosa avveniva durante le riunioni della “Giovane Italia”, il movimento giovanile missino. Sotto il tavolo, mi dissero, erano piantati i classici pugnaletti da Ardito e un ex militare di Salò li magnificava del “tradimento” italiano e della grandezza del Duce. Per fortuna nessuno si fece male con quei coltelli.
Chi invece si fece tanto, troppo male fu la generazione che si sfidò nelle piazze italiane al grido di “Morte ai fascisti!” e “Onore ai camerati uccisi!”. Mentre la schiera degli apparatcik bianchi, rossi e rosa lustrava le sedie, nell’attesa d’occupare le poltrone, una parte importante dei giovani italiani – che erano sì più idealisti, ma in realtà ideologizzati e finiti nel cul de sac di recitare una parte che non era la loro – si scannavano senza remore. Perfettamente coerenti ai desiderata del potere, schiere di “rossi” e di “neri” – invece di criticare l’immobilismo delle classi al potere – furono usati per mostrare che gli ideali sono pericolosi veicoli di violenza e non generano altro che sangue. Tutti gli ideali: allora, meglio continuare a lustrar sedie ed a bramare poltrone. Una volta giunti nella “sala dei bottoni” – senz’altro qualcuno avrà pensato – cambieremo le cose che non vanno. Non avevano sondato abbastanza le loro menti.
La caratteristica vincente della mente umana è la sua permeabilità, la capacità d’assorbire ed elaborare messaggi – siano essi una battuta od anni di studio – per metabolizzarli e fruirli in un processo evolutivo. Questa è la storia della civiltà.
In un siffatto panorama, quali input giungevano?
Da un lato il rassicurante immobilismo degli apparati di potere, dall’altro la rappresentazione “sul campo” del fallimento ideologico, oramai ridotto ad una sorta di guerra di clan.
Qualcuno tentò una “terza via”, cercò di compiere il proprio dovere d’eletto nelle amministrazioni favorendo l’innovazione ed il buon senso, ma entrò immediatamente in contrasto con la gran maggioranza dei “lucidatori di sedie”, i quali – vigorosamente appoggiati dalle oligarchie di regime – ebbero la meglio e li isolarono. La vicenda del “Manifesto” (ma anche nelle ACLI tanti non se la “passarono” molto bene…) fu esemplare.
Venne la cosiddetta “Seconda Repubblica” e giunsero nuove aggregazioni politiche. Dove trassero le classi dirigenti?
Il deficit più evidente è in Forza Italia: un partito creato dalla sera alla mattina, cacciando nelle liste personaggi televisivi, avvocati di “casa” Mediaset, transfughi d’ogni lido…per giungere oggi ad una ragazzina dai capelli rossi spacciata come nuova “mente” del movimento di Silvio Berlusconi. Personaggi come Bondi sarebbero ottimi: per girare il prossimo “Vacanze di Natale” con il quasi omonimo Boldi. Sarebbero una coppia vincente dell’avanspettacolo. Classe dirigente? Ma non facciamo ridere…
L’altra novità è la Lega, ma pochi ricordano chi fu il vero fondatore della Lega Nord, il deus ex machina che manovrava dietro le quinte: il sen. Miglio. Vicinissimo agli ambienti della Bundesbank, l’astuto senatore “lavorava” per staccare il Nord dal resto d’Italia ed aggregarlo all’Europa “a due velocità” sognata a Berlino: identico “lavoro” portato avanti dal ministro degli Esteri tedesco Kinkel nei Balcani.
Nel momento stesso che quel progetto svanì, sfumarono completamente le speranze della Lega Nord di una separazione dal resto del Paese: qualcuno, in quegli anni, avvertì pesantemente che “l’esercito italiano è composto in larga parte da meridionali”.
Per questa ragione, la Lega Nord (oramai residuo politico di un’iniziativa fallita almeno dieci anni fa) “tira avanti” illudendo i suoi seguaci di una separazione che – gli stessi dirigenti – sanno impossibile. In un certo senso, una nuova “bestiolina” metaforica. Sulla classe dirigente della Lega, poi, meglio stendere pietosi veli: Borghezio e le provocazioni sui treni, Calderoli e le sue “porcate”…mamma mia…
Non parliamo poi dei cosiddetti “partitini”: Di Pietro che raduna senatori i quali, appena eletti, passano all’opposto schieramento, oppure che – come Franca Rame – in un anelito di onestà intellettuale si dimettono.
E, attenzione, Franca Rame ha presentato le dimissioni citando Sciascia: un altro “grande” dell’arte italiana chiamato sui seggi parlamentari, che se ne andò dopo aver verificato la completa inutilità di rimanere a scaldare una sedia.
Su Mastella è inutile infierire: non si spara sul pianista. Insieme a Dini, fonderà il nuovo PCCI, Partito Consorti Condannate e Inquisite.
Si termina con coloro che vorrebbero portarsi a casa la salma di Lenin, e con un’accozzaglia di zapatisti perduti nella nebbia europea, che – sognando il Chiapas – votano leggi antipopolari: un panorama desolante.
Ecco com’è stata selezionata e si è affermata quella classe dirigente, della quale D’Alema lamenta i “deficit” in termini di capacità progettuali: riflettendoci un poco, Massimo non avrebbe certo bisogno di queste righe.
Dall’estrema destra all’estrema sinistra, scorgiamo soltanto personaggi che vivono il proprio tempo filtrandolo attraverso le lenti del loro passato. E basta.
Da Storace che se ne va – riproponendo, in qualche modo, i valori del Fascismo “movimentista” di Pavolini e Farinacci – a Fini, che invece cavalca la tigre che fu del Fascismo istituzionale e di regime, quello di Gentile e dei due Ciano. Si passa quindi ad un corpo vuoto, privo d’elaborazione politica, buono solo a riproporre minestre riscaldate di un’Italia che non esiste più, che trae sostentamento dall’acclamare un vendeur de soupe (venditore di minestre), come Chirac (uomo di destra!) definì Berlusconi. Il “grande centro” altro non è che il rinvangare i tempi nei quali i problemi politici si risolvevano nell’anticamera dei vescovi. Ah, il Todo Modo di Sciascia!
Infine, la variegata sinistra che piange/rimpiange il fallimento dell’URSS (senza averci capito nulla), oppure i “bei tempi” di Bettino Craxi, per concludere con i burattinai del marxismo che si credono comunisti.
In ciascuno di questi scenari, pur differenti, scorgiamo l’incapacità d’elaborare il lutto per un passato che è oramai Storia, di staccarsi dall’abitudine consolidata di lucidare, oggi, le sedie d’altri, per sperare d’occuparle domani. Null’altro.
Il dramma – se qualcuno ritiene d’essere alla fine o nel mezzo del guado – è che siamo appena all’inizio e non possiamo certo tornare indietro. Ciò che attende l’Italia è una deriva di tipo argentino, con l’aggravio di non essere cementata, come lo è il paese sudamericano, da forti legami nazionali.
Durante il precipitare della crisi economica argentina, pochi anni or sono, nei parchi di Buenos Aires alcuni psicologi radunavano la gente intorno alle panchine e cercavano d’intessere, gratis, una psicoterapia di gruppo per aiutare le persone a superare i momenti più tragici. Dubito molto che – operando un paragone con l’Italia, in simili condizioni – i “luminari” della Psicologia, che ci dilettano dalle bianche poltrone televisive, farebbero altrettanto. Manca un valore essenziale: il concetto di empatia collettiva. Qualcuno potrà dipingerlo con il termine “Patria”, altri “Collettività”, altri ancora “Socialità”, ma non sono certo le parole a mancare. E’ il comune “sentire”. Purtroppo, come ebbe a dire il CENSIS, è terribile ma vero: siamo “poltiglia sociale”.
Massimo D’Alema, di fronte a questo sfacelo, non fa che proporre come salvamento la nuova legge elettorale, le riforme istituzionali…e tutta la manfrina che ben conosciamo. Se raccontasse come stanno veramente le cose, per prima cosa negherebbe se stesso: possiamo comprendere.
Il vero rimedio sarebbe ovvio: selezioniamo una nuova classe dirigente più attenta alle vere esigenze della società italiana, strutturiamola in nuove aggregazioni politiche, presentiamoci al voto ed osserviamo come va a finire.
Per prima cosa, dobbiamo ricordare che fare politica costa. Non certo il fiume di soldi che ingoiano i nullafacenti che ingombrano le aule parlamentari, ma costa lo stesso.
Ne sanno qualcosa le Liste Civiche che – per un modesto incontro a Piazza Farnese di qualche mese fa – si sono trovate a dover affrontare, per le sole spese d’organizzazione dell’evento (i partecipanti viaggiavano a loro spese), l’esborso di decine di migliaia di euro, che tuttora stanno cercando.
La voragine finanziaria, creata dalla Casta per “lubrificare” i suoi apparati, non è solo amoralità politica, è anche lo strumento per attrarre tutte le risorse sugli apparati consolidati ed impedire ad altri di presentarsi all’attenzione dei cittadini. I “filtri”, abilmente orchestrati dalle reti televisive – non a caso sono zeppe di parenti ed amici – fanno poi il resto.
C’è, però, una smagliatura che da tempo sottolineo: il Web. Sanno benissimo del pericolo incombente, e ne hanno dato prova con il tentato “golpe” del Decreto Levi: non crediate che non leggano i principali blog, i siti di controinformazione, ecc. Li leggono, eccome, ci sono appositi apparatcik che tengono d’occhio “come vanno le cose” sul Web. Tentano a loro volta di creare siti e blog, ma nessuno dà loro retta: l’ultimo che ha chiuso è quello di Rutelli.
Appena, però, metti il naso fuori da Internet, sei assalito da costi improponibili. Talvolta mi chiedono di presenziare a convegni ed incontri, e sono quasi sempre obbligato a rifiutare: costa troppo.
Se l’aggregazione nel mondo reale ci è preclusa, i costi del Web sono irrisori: con poche decine di euro l’anno, si ha a  disposizione un sito. I blog sono addirittura gratis.
Sia chiaro che non sto proponendo soluzioni salvifiche – secondo me, dovremo scendere ancora più in basso prima che qualcuno inizi a levare la testa – però un’aggregazione che partisse dal Web sarebbe già oggi possibile.
Qualcuno potrebbe obiettare che il blog di Grillo va già in questa direzione: poco probabile, perché – per com’è strutturato – è più un confessionale per rabbie e dolori collettivi che struttura d’elaborazione politica. D’altro canto, Grillo ha sempre affermato di non voler scendere in politica.
Ci sono, a questo proposito, parecchie opinioni: chi sostiene che Grillo sia in realtà controllato da poteri esterni, chi pensa ne faccia parte, e chi invece lo ritiene un semplice Masaniello elettronico. La cosa, m’interessa quanto conoscere le previsioni meteorologiche della Siberia Centrale per domani.
Quello che veramente conta è il processo che è stato messo in moto, che non potrà concludersi in altro modo che con la totale delegittimazione dell’attuale classe politica: la fiducia nella classe dirigente è in picchiata, e tutti gli studi lo mostrano. Potranno cercare di venderci riforme elettorali ed altra paccottiglia a iosa: sempre più italiani risultano oramai “vaccinati” contro questo virus, la politica/spettacolo/spazzatura sbattuta a fior di dobloni su tutte le reti. Sempre più amici mi raccontano che il televisore rimane perlopiù spento.
Quando saremo oramai alla frutta – non ci siamo ancora, credetemi – può darsi che qualcosa nascerà: sarebbe meglio prima, ma vedo ancora troppi indecisi, troppe persone pronte a saltare sul carro di chi promette paradisi per domattina. Sono ancora troppe le menti doloranti, che alla sola parola “politica” storcono il naso, come se si trattasse dell’AIDS. Il che, per cos’è oggi la politica, regge il paragone, ma è altrettanto vero che quell’AIDS ci minaccia ogni giorno che passa sulle buste paga, sulle tasse, sulla sicurezza, nella sanità, nei trasporti, nell’energia, ecc.
Cosa potrebbe fare, per raddrizzare la baracca, una nuova forza politica?
Per prima cosa riportare la sovranità monetaria allo Stato: è ora di finirla di raccontare che dobbiamo fare sacrifici per estinguere un debito pubblico inestinguibile. Iniziamo a dire che è ora di concludere l’insano rapporto che ci vede pagare la carta dei banchieri con il nostro lavoro.
Sarebbe l’unica riforma che consentirebbe all’Italia d’avere un welfare veramente europeo, non la paccottiglia caritatevole che cercano di spacciarci.
Ugualmente, dovrebbe riportare la sovranità energetica allo Stato – perché, fra i tanti ministeri inutili, non esiste un dicastero per il più pressante problema nazionale? – poiché se lo Stato non la esercita, altri la esercitano in sua vece. Dal grattacielo dell’ENI, all’EUR. Poi, non sarebbe così difficile sottrarci all’abbraccio mortale dei petrolieri.
Tutta la questione, ruota intorno ai 46 miliardi di euro che paghiamo ogni anno per l’energia: ogni KW sottratto a quelle fonti – avendo l’Italia come unica risorsa le energie naturali – sarebbero centesimi che rimarrebbero nelle tasche dei cittadini.
Non ci sono problemi di natura tecnica – questo è bene metterselo in testa, tutti lo sanno, dalle migliori università ai governi – ma solo di natura politica. I grandi apparati (siano essi termoelettrici o nucleari) sono soltanto coerenti con la necessità di controllare pochi centri di produzione, così da essere – allo stesso tempo – strumenti per nutrire il sottobosco politico e fonti di sostentamento per gli apparati. Dove ci sono ciclopiche colate di cemento ed acciaio, i numeri sono grandi. Anche le piccole percentuali.
Infine, dovrebbe ridisegnare la struttura dello Stato: non esiste nazione che abbia sei (dico sei!) livelli decisionali: Stato, Regioni, Province, Comuni, Circoscrizioni e Comunità Montane.
I modelli sono essenzialmente due: quello prevalentemente federale (Stato, Regione, Comune) come in Germania, e quello di matrice napoleonica (Stato, Provincia, Comune.) E basta.
Personalmente, sarei per il primo, con la precauzione d’aggregare i Comuni sotto una certa soglia (7-10.000 abitanti), così da rendere più snello l’apparato.
La necessità di tanti livelli decisionali si giustifica soltanto con l’esigenza d’avere ampie aree di parcheggio per i politici “trombati”: le amministrazioni locali sono soltanto la palestra e la “panchina” della prima squadra, null’altro.
Sopprimere i piccoli comuni non significherebbe lasciare i cittadini senza uno sportello per l’anagrafe o un cantoniere, giacché queste strutture potrebbero tranquillamente rimanere. Ciò che andrebbe enormemente ridotto è l’apparato amministrativo dei livelli superiori, che con gli attuali mezzi informatici potrebbe essere drasticamente ridotto.
Tutto ciò non significa gettare in strada chi oggi lavora nelle amministrazioni pubbliche, bensì re-distribuire le competenze ed ottenere sensibili risparmi a fronte di migliori risultati: le nazioni più solide, hanno apparati pubblici efficienti. Un cantoniere, solo, può fare ben poco: una squadra di cantonieri, coordinati da un ufficio tecnico e dotata d’attrezzature idonee, può operare con successo invece d’appaltare i lavori all’esterno. Ma, sugli appalti esterni, sappiamo che si regge l’apparato politico del malaffare.
Il “piatto forte”, però, sarebbe la dismissione di circa la metà delle amministrazioni comunali (5.000 consigli!), 110 consigli provinciali, delle comunità montane e delle circoscrizioni. Quanto si risparmierebbe? Difficile fornire cifre esatte, ma siamo nell’ordine di parecchi miliardi di euro l’anno. Tutti soldi che servono soltanto a garantire l’apparato dei partiti che formano la Casta.
Con il ritorno della Banca d’Italia allo Stato, la parallela creazione di una nuova industria energetica (più i trasporti) e una riforma delle amministrazioni locali cosi fatta, l’Italia potrebbe guardare al domani con ottimismo e fiducia. Forse, inizieremmo a non essere più “poltiglia sociale”, perché gli occhi tristi della gente – che cerca solo, nei discount, il prezzo più basso – raccontano questo. Il Presidente Pertini, affermò che “la democrazia inizia con la pancia piena”. Non scordiamolo.
Quando avverrà? Per ora, la società italiana è suddivisa in tre segmenti, quasi equipollenti: chi non ha problemi finanziari, chi ne ha di pressanti e chi sta nel mezzo. A quella parte mediana dovremo porre attenzione, perché il suo precipitare sempre più in basso sarà l’ago della bilancia che non consentirà più alchimie politiche. Un tempo, il processo era chiamato “proletarizzazione dei ceti medi”: chiamatelo come desiderate, significa soltanto che, chi povero non era, inizierà a contare i soldi prima di mettere piede in un negozio.
In quel momento, si potrà pensare di proporre queste riforme, dove nessuno ci perderebbe niente: ci sarebbero solo tanti, pessimi politici a spasso. Dei quali, non sentiremmo minimamente la mancanza: possiamo comprendere il lutto, non l’alibi di chi lo fomenta per miseri scopi di bottega.
 
 
Carlo Bertani
 
 
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