Il silenzio crudele allunga la tragedia

 

“Vi ho trovati per caso, su Internet . Ero curiosa di sapere di cosa discutono i giornalisti,tra di loro e del loro lavoro. Poi ho visto gli articoli sulle morti sul lavoro e mi è venuto spontaneo mandarvi un messaggio di aiuto, anche di disperazione, perché mio fratello è morto da tre anni ormai e da allora silenzio,solo silenzio. Mi sono detta, forse non è tardi chiedere aiuto, almeno a loro, a voi di Articolo21”. Quando era arrivato in redazione il suo messaggio, come commento ad un articolo sulla strage di Molfetta e la carovana per il lavoro sicuro, ci siamo chiesti in tanti chi fosse Patrizia Sicignano, come si chiamasse suo fratello morto in fabbrica in una data che doveva essere nella primavera del 2006, visto che non erano ancora passati 3 anni. Non è stato facile trovare Patrizia, perché aveva lasciato solo un indirizzo E Mail al quale abbiamo mandato,in tanti, messaggi e richiesta di contatti, inutilmente, per alcuni giorni. Poi gradatamente cercando tra gli incidenti di quel 2006 abbiamo trovato,un giovane Sicignano morto il 24 maggio di quell’anno, ma quell’incidente, grave, che aveva fatto anche un’altra vittima sul lavoro, sembrava scomparso dalle cronache, perché proprio come aveva scritto a noi Patrizia, dopo quella strage, non si era saputo più nulla. Neanche un articolo di giornale su una inchiesta della magistratura, una convocazione in tribunale, magari una perizia di parte. E dire che di misteri ce ne dovevano essere su una fabbrica che saltava per aria. Sì perché alla fine, con una inchiesta d’altri tempi, tra una telefonata ai vigili ed una al parroco di un paese, Mercato San Severino,presso Salerno, dove quel 24 maggio di 3 anni fa si era verificata una esplosione in una azienda, la verità è poi venuta a galla. In una frazione di Ciorani di quel paese, noto per il seminario ed i santi che lo avevano frequentato, in una calda serata del 24 maggio 2006 era esploso il deposito della Viviano Pirotecnica Internazionale, tra i monti sopra la valle dell’Irno. Due operai morti, Francesco Fiorenza poco più che quarantenne e Giovanni Sicignano, 32 anni, sposato con 3 bambine piccole. Era il fratello di Patrizia.

“Quel giorno ero a studiare da una mia amica, non ero ancora laureata. improvvisamente, poco prima delle 5 del pomeriggio,un boato ha fatto tremare le case, i vetri. Non ci abbiamo fatto caso, faceva caldo,poteva essere un temporale. Sono tornata a casa,verso le 6 è arrivata la prima telefonata da parte della sorella di un altro mio fratello. Mi dice,è successo qualcosa lì dove lavora Giovanni: Panico, ansia, non s’è capito più nulla, la tensione è cresciuta,poi non riuscivamo a stare a casa ed allora siamo corsi su, alla Viviano,cercando di rintracciare Giovanni. Ma lui non rispondeva al telefonino: era nella sua macchina ,insieme ai documenti, alle sigarette ed all’accendino. Come faceva sempre quando entrava in fabbrica ed allora lì abbiamo cominciato a capire, ma solo alle 8 di sera ci hanno dato la notizia che per lui non c’era più niente da fare; anche perché per due ore i Vigili del Fuoco non sono riusciti neanche ad avvicinarsi al capannone esploso…”

 

Giovanni è stato trovato in fabbrica?

“Ovunque è stato trovato. Mio fratello è stato tramortito dall’esplosione, è saltato per aria ed i pezzi sono stati trovati dopo 10 giorni e neanche tutti….Si sé cosa può provocare uno scoppio,per sé stesso e per il povero collega che era con lui,il signor Franco…”

 

Erano le 16,50 quando la fabbrica è esplosa, nel capannone c’erano solo loro due. E gli altri operai? Perché loro erano lì?

“Quello era un deposito di fuochi d’artificio,la fabbrica era altrove…Giovanni poi non doveva proprio esserci là dentro, perché quel giorno lui era in permesso.Era andato a Napoli per sostenere l’esame per la patente C, per guidare i camion perché questo era il suo lavoro trasportava i fuochi d’artificio per tutta Italia. Solo che l’esaminatore, l’ingegnere non c’era, l’esame era stato rinviato e lui,che pure poteva tornarsene a casa, invece era salito su quel pomeriggio per dare un mano,perché gli piaceva quel lavoro…Finalmente un posto sicuro dopo anni di ricerca. E poi si era sposato giovane, a 20 anni, era innamoratissimo della moglie e delle 3 bambine che aveva e che ,ancora oggi,sono proprio un amore…Quel lavoro gli consentiva di aveva una vita agiata,per sé e per la famiglia”

 

Ed l’altro suo collega morto con lui? Anche lui aveva finito il lavoro,perché era lì?

“Credo che anche il signor Franco non dovesse essere l’in quella fabbrica. Che tra l’altro era considerata bene, non era mica una fabbrica di fuochi clandestini o illegali. Lavoravano per tutta Italia ed anche per l’estero. Ma noi non siamo mai riusciti a sapere che cosa è successo, .C’è chi dice che c’erano scatoloni ammucchiati,pieni di fuochi, in una zona molto calda del capannone, ma non voglio fare illazioni. E’ proprio questo il problema; dopo l’esplosione il silenzio. Perché?”

 

Ecco, appunto, perché? Nessuno vi ha convocato in questi anni per chiedevi qualcosa, per una testimonianza, per sapere da una perizia del magistrato cosa era successo, per una inchiesta…

“Una ricostruzione dei fatti ancora non ci è pervenuta. Ci dicono che l’inchiesta va per le lunghe,che le perizie sono state fatte, che ci sono ancora tante cose da vedere, da decidere, da fare.Così sono passati tre anni. Nulla,nulla, silenzio e silenzio .E’ assurdo che ci siano questi rallentamenti,questi buchi. Ma la famiglia ,noi, abbiamo diritto di sapere cosa è successo. E cosa rispondere a quelle tre bambine che chiedono di cosa e come è morto il papà. Lo so, non siamo i soli parenti di vittime sul lavoro a soffrire di questi, chiamiamoli,buchi neri della giustizia. Ma non riusciamo a capire il perché di questo silenzio”.

 

Lei ha fatto un appello al nostro sito di Articolo21. Qui, in questa sua casa, tra le fotografie di Giovanni, con suo padre e sua madre vestita sempre di nero, suo fratello sembra sempre presente. Ma fuori, in paese si parla di soldi, di risarcimenti…Cosa chiedete voi come familiari?

“No, no e no: non vogliamo soldi,niente denaro,tanto nessuna forma di denaro potrà ridarci nostro fratello, né restituire il padre alle sue tre bambine. Quindi assolutamente nessuna forma di denaro. Semplicemente la verità: vogliamo solo verità e giustizia,non vendetta, mai vendetta,perché siamo cattolici,pratichiamo anche il perdono. Vogliamo solo giustizia, verità, vogliamo sapere come sono andate le cose, soltanto per poter are una risposta a quelle bambine e dire loro perché hanno perso il loro papà. Solo questo vogliamo.”

 

Loro lo chiamano ancora? Lo cercano, chiedono alla madre…?

“Certo,certo…La più grande ha 12 anni,le altre sono più piccole, la piccolina poi l’ha visto solo alcuni mesi, non aveva neanche un anno quando è morto…”

 

La madre avrà ricevuto dall’Inail …

“Si credo di sì, ma sinceramente questo ci interessa poco” mi interrompe,”Voglio ben sperare che la pensione, una forma di risarcimento l’Inail l’abbia dato alla moglie…per quelle tre bambine e pensando al loro futuro. Mi auguro di sì, ma noi vogliamo solo sapere cosa è successo: anche perché non si dicano,nel vuoto di notizie ufficiali, voci e notizie senza fondamento…che fosse colpa loro, che avessero acceso una sigaretta o qualcosa del genere. Ma se le abbiamo trovate in macchina, sul piazzale…Solo che senza verità, senza un processo ed una certezza, tutto diventa possibile ed anche le voci rischiano di diventare certezze, anche se sono senza fondamento”

 

Patrizia Sicignano ci accompagna alla porta, ringrazi e spera che ora si muova qualcosa. Mentre entravamo in casa il suo avvocato, forse per l’allarme suscitato da una intervista in Tv e su Articolo21 (chissà…), le ha comunicato che il 25 marzo c’è stata una convocazione delle parti al Tribunale di Salerno. ,dal Gup Montemurro. Forse qualche spiraglio si sta aprendo. E’ bastato un appello sul sito di Articolo21? Lei Patrizia, i suoi fratelli e genitori, sommessamente, chiedono solo un loro diritto. Si sono appellati alla stampa,come fosse una ultima chance. Come se fosse un favore da chiedere; mentre è solo un diritto,che però in questo paese capovolto, in questo 2009, si vuol far passare per una richiesta, per un favore, appunto.

E questo allunga il dolore della tragedia,per Patrizia, suo padre silenzioso,i suoi fratelli e sua madre vestita sempre di nero, da tre anni.

 

 

Santo della Volpe

 

Edito su Articolo 21

 

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