Meshaal: “Per il Medio Oriente da Obama un linguaggio nuovo”

 

"Se incontrate Khaled Meshaal", aveva avvisato il diplomatico europeo, "attenzione ai suoi visitatori: gli parlano molti più politici di quanto si possa immaginare". Lui, il diretto interessato, a incalzarlo sul tema nicchia: "I nomi che contano non li snocciolo alla stampa. Siamo a un passaggio cruciale: i canali, per portare frutti, richiedono riserbo".

Infatti il leader di Hamas Meshaal, dal suo esilio blindato, governa un poderoso garbuglio: la tregua con Israele, la riconciliazione interpalestinese, la ricostruzione di Gaza, tutto arenatosi sul rilascio del caporale israeliano Shalit e l’arresto di 12 capi di Hamas a opera d’Israele. Malgrado l’alternarsi di delegazioni parlamentari europee, l’orizzonte appare chiuso.

 

Signor Meshaal, dopo Gaza ora è la guerra per il caporale Shalit?

"La guerra non s’è affatto conclusa. Continua con la chiusura dei valichi, l’assedio, le trattative ogni volta riazzerate da Israele, che all’ultimo si defila dagli accordi aggiungendo nuove richieste, e così inganna anche l’Egitto. Adesso siamo al bluff sulla sorte di Shalit".

 

Un bluff? Vale a dire?

"Olmert agita lo spauracchio di Netanyahu, di un negoziato per noi più difficile col governo d’estrema destra. Ma a noi non fa differenza. È lui che ha fretta di riportare a casa un successo, senza pagarne il prezzo. Sappiamo che il suo è un teatrino".

 

Israele addossa la colpa a voi. Qual è l’intralcio?

"Ascolti, i termini dell’intesa sono già noti da tre anni, e gli egiziani lo sanno. Si tratta di liberare 1.000 palestinesi, divisi in due fasce. Ora Olmert rimescola le carte: dei primi 450 prigionieri, la maggior parte non verrà liberata. Con questo pretesto la guerra va avanti, mentre noi siamo pronti a liberare Shalit".

 

C’è anche lo scoglio della riconciliazione interpalestinese. Lei che prevede?

"È questione d’importanza nazionale: deve riuscire. Se le potenze esterne rinunceranno a interferire, l’accordo si farà".

 

Il quadro internazionale è diverso: lei cosa s’aspetta?

"Dal presidente Obama arriva un linguaggio nuovo rispetto alla regione. La sfida per tutti è che sia il preludio a un cambiamento sincero della politica americana ed europea. Quanto all’apertura ufficiale a Hamas, è questione di tempo".

 

Da dove deriva tanta sicurezza?

"Le grandi potenze hanno bisogno di noi per risolvere il conflitto arabo-israeliano. Il nostro peso nella questione palestinese ci deriva dal radicamento nella società, nel popolo, che ci ha votati e lo rifarà. Nemmeno la guerra di Gaza ci ha scalzati: siamo e resteremo sul tavolo dei leader mondiali".

 

Sarkozy, favorevole al dialogo con Hamas, vi avverte che la prossima mossa spetta a voi: dovete imboccare la diplomazia. E lei?

"Io lo vorrei: aspetto il giorno in cui la nostra unica opzione sarà lo strumento politico e l’approccio pacifico. Ma sono altri, non io, a determinare il percorso".

 

Chi, se non lei?

"È il sistema d’occupazione a non lasciare spiragli. Vedo ogni giorno nuove case demolite, terre confiscate, gli insediamenti e il muro che avanzano, la cesura fisica fra Gaza e West Bank, l’ebraicizzazione di Gerusalemme, l’assedio di Gaza, e poi ancora uccisioni, arresti. Se le cose stanno così, come può aspettarsi la pace, Israele? Siamo spinti a proseguire sul doppio binario della politica e della resistenza".

 

Eppure Hamas non riconosce Israele, anzi il suo statuto ne invoca la distruzione. Ha ancora un senso oggi?

"Le rigiro la domanda: chi rischia l’annientamento oggi, Israele o i palestinesi? Siamo noi il bersaglio di bombe e armi al fosforo. E poi, che vuol dire il riconoscimento d’Israele? È imposto soltanto a noi, non ad altri: non alla Siria con cui dialogano America e Israele. Quanto allo statuto, mi chiedo se un documento sia mai stato l’ostacolo alla pace. Sbaglia chi ci giudica su quello: un documento legato a un momento storico specifico".

 

E allora perché non emendarlo?

"Non avverrà per dettato esterno. Siamo noi a non avere uno Stato. Comunque le nostre posizioni vere sono nel testo dell’Accordo nazionale approvato nel 2006 dall’insieme di partiti e fazioni. Basta leggerlo".

 

Ce lo riassume?

"Coincide col nostro programma politico: uno Stato palestinese sui confini del 4 giugno 1967, compresi Gerusalemme Est e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi. Come concordato alla Mecca, deleghiamo all’Autorità palestinese il negoziato con Israele, e il risultato va sottoposto al parlamento o a referendum".

 

Resta da vedere se siete, come vi accusano, agenti dell’Iran alle frontiere d’Israele?

"L’etichetta dei mercenari offende la sofferenza del popolo palestinese. Noi non siamo assoggettati ad altri. La soluzione è finire l’occupazione".

 

Lei rimane l’uomo che Netanyahu vorrebbe forse eliminare più d’ogni altro. L’ha messo in conto?

"Ci ha provato, magari lo rifarà. M’aspetto di diventare martire a ogni istante. Però, il come e il quando lo deciderà Dio".

 

Signor Meshaal, dove vi porterà questa filosofia del martirio?

"Mi creda: a un risultato terreno, all’autodeterminazione. Solo, confidiamo nell’Onnipotente Dio. E riusciremo. La filosofia che dice lei ci dà più coraggio e pazienza. Più determinazione. Questa è la nostra arma forse più potente".

 

 

Alix Van Buren

 

Edito su Repubblica

 

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