GUANTANAMO: BARACK OBAMA COME RAÚL ALFONSÍN E LA CIA COME I CARAPINTADAS ARGENTINI

 
Forse non si sentirà proprio rumore di sciabole negli Stati Uniti, ma l’impunità garantita da Barack Obama ai torturatori della CIA per i crimini contro l’umanità commessi a Guantanamo, in Iraq, Afghanistan e altri paesi nell’era Bush, disegna una democrazia statunitense fragile e incapace di fare davvero i conti col suo passato. Così l’amnistia garantita da Obama alla CIA per le violazioni dei diritti umani somiglia tanto alle leggi dell’impunità in America latina.
Barack Obama ha cambiato molte cose rispetto al decennio infame di George Bush, almeno dal punto di vista formale. Sostiene di volere un nuovo inizio con Cuba, ma non pensa né di abolire l’embargo né di restituire all’isola, come pure sarebbe ragionevole, la base di Guantanamo, a tutti gli effetti un possedimento coloniale illegale. Rispetto al resto del Continente ha dispensato sorrisi e strette di mano, ma le differenze politiche restano immutate già che vende all’estero quello stesso neoliberismo affamatore la critica del quale in casa lo ha portato alla Casa Bianca.
Allargando lo sguardo, Obam ha eliminato il tono insostenibile da crociata del bene contro il male propria di George Bush, dell’infelice idea di “scontro di civiltà” propagandata pappagallescamente da tutti i comunicatori al suo servizio. Questi sostenevano che l’America latina (e in altro contesto il Medio Oriente) che si ribellava al neocolonialismo e al fondomonetarismo con una visione di progresso civile e giustizia sociale dalla quale gli Stati Uniti e l’Europa avrebbero molto da imparare, fossero “assi del male”. Pertanto le vite dei cittadini e i processi democratici del Continente potevano essere schiacciati dall’onnipotenza del presunto “impero del bene”.
Nonostante tale retorica appaia per fortuna superata, proprio il più impresentabilmente infame dei crimini commessi e rivendicati dal governo degli Stati Uniti, l’uso cosciente, regolato eppure indiscriminato della tortura e la violazione dei diritti umani, rappresenta la cartina tornasole di quanto il governo di Barack Obama può e deve fare se davvero vuole riportare gli Stati Uniti tra le nazioni civili.
Ebbene il Presidente Barack Obama, che ha avuto il coraggio di rendere pubblici alcuni ordini di servizio con i quali veniva organizzata la tortura da parte della CIA, con gli stessi criteri insegnati per decenni ai torturatori latinoamericani, ha allo stesso tempo esteso ai colpevoli l’ombrello sinistro dell’impunità. Rendendo pubblici al mondo i memorandum, il presidente ha scardinato il discorso pubblico dei torturatori di sempre: casi limitati, mano troppo pesante di alcuni, esagerazione dettata da necessità, poche mele marce. No, da Dan Mitrione a Lynndie England la tortura per il governo degli Stati Uniti, era politica di Stato.
Per altri, con alla testa Amnesty International, il presidente Obama, con la pubblicazione e il contemporaneo dare pieno appoggio alla CIA, applica un’amnistia di fatto e impedisce che giustizia venga fatta per quelle torture. Per Manfred Nowak, austriaco, relatore speciale per le Nazioni Unite, la decisione di Obama di non processare i torturatori viola ulteriormente il diritto internazionale e la convenzione contro la tortura che obbliga a perseguire i colpevoli.
In tale contesto il riferimento più chiaro per l’Obama che condanna il peccato ma assolve il peccatore, è proprio alle fragili democrazie latinoamericane dopo il ciclo delle dittature fondomonetariste degli anni ’60-’80 che avevano violato in massa i diritti umani usando gli stessi manuali forniti dalla CIA e in omaggio alla “dottrina di sicurezza nazionale”, un’ideologia simile a quella della “guerra al terrorismo” di George Bush.
Anche in quel contesto capi di Stato che avevano un forte appoggio popolare alla maniera Barack Obama, come l’argentino Raúl Alfonsín, riuscirono per una breve stagione a fare giustizia. Purtroppo la sovversione dei militari, per esempio con la rivolta dei carapintada, indusse una democrazia ancora fragile alle leggi della vergogna, quella di “punto finale” e “obbedienza dovuta”. In maniera molto più felpata e rapida la poco commendevole visita di lunedì di Obama alla sede centrale della CIA a Langley a fornire rassicurazioni sulla loro stessa impunità ai torturatori, il disagio dei quali era stato preoccupante per il presidente, segue la stessa traccia.
Obama poteva fermare le torture per il futuro, e probabilmente chiudere davvero Guantanamo (se così sarà non sarà poco) ma ha dimostrato di non avere né la forza né la volontà di perseguitare i colpevoli rifugiandosi nell’eterna ignominia assolutoria della tradizione militare dell’ubbidire a ordini.
Ma una democrazia che media con i carnefici è una democrazia fragile. Dovranno essere i sistemi giudiziari delle altre democrazie del mondo ad aiutare gli Stati Uniti non dando tregua ai torturatori, e cominciando con i mandanti, George Bush, Dick Cheney, Donald Rumsfeld, perseguitandoli ovunque, impedendo loro di uscire dagli Stati Uniti e aprendo spiragli alla giustizia di quel paese trascinandoli davanti ad un tribunale penale internazionale. Gli Stati Uniti, come il Cile quando Augusto Pinochet si trasformò nel “paziente inglese”, da soli non ce la possono fare.
 
 
Gennaro Carotenuto
 
 
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