La notte di Gaza

 

Dal 27 dicembre la Striscia è sotto le bombe. Cosa significa vivere ogni giorno con il terrore, perdere tutto, non avere un luogo sicuro in cui rifugiarsi?
 
Internazionale 777, 8 gennaio 2009
 

Martedì 6 gennaio 2009 Maher ha capito che era ora di andarsene, di fuggire, di scappare per salvarsi, mettila come ti pare, basta che prendi i bambini, i figli dei tuoi fratelli, tua madre che ha appena avuto un’operazione chirurgica a cuore aperto, che aveva tredici anni, esattamente l’età di tua figlia quando l’esercito israeliano espulse lei e gli abitanti della sua cittadina nel 1952 (esatto, non nel 1948; avrei potuto essere cittadino israeliano, dicevi sempre per scherzo, se Israele – che allora aveva quattro anni – non avesse espulso i palestinesi rimasti nella cittadina di Majdal cacciandoli verso sud, verso Gaza); che importa se in questi quindici anni tu e tua moglie avete risparmiato ogni centesimo per poter lasciare il campo profughi dove tua madre era cresciuta e poi vi aveva messi al mondo tutti quanti e poi vi aveva mandati a scuola perché diceva sempre che il nostro unico capitale, di noi profughi, è il nostro cervello; che importa se tu hai studiato e ti sei sistemato e anche tua moglie, e non solo avete trovato dei lavori rispettabili e interessanti, e non solo avete viaggiato, ma vi siete anche fatti una casa abbastanza spaziosa; che importa se quella casa, ai margini di Gaza, adesso sarà bombardata e schiacciata e sfondata e sbriciolata e bruciata da tutte le sofisticate mutazioni hi-tech della polvere da sparo che vi sono state rovesciate addosso in questi ultimi undici giorni, undici giorni che sembrano undici anni, dicono tutti; che importa dei libri e dei computer e dei giocattoli e dei mobili andati distrutti, e la casa di tuo fratello – più a nord, in questa pericolosa terra di confine – è già stata evacuata e colpita da un missile e lui non ci prova neanche ad andare a controllare i danni, l’unica cosa che importa adesso è salvare la vita di tutti, adesso lo sai per davvero che cosa significa essere un profugo, dici, non t’importa di niente, tutto quello che avevi costruito durante la tua vita non vale più niente, ti basta lasciare i campi in fiamme ai margini di Gaza, dove l’esercito ha sganciato volantini dai suoi elicotteri pretendendo che la gente sgomberasse le case, e poi, se per caso non aveste colto l’allusione, lo stesso esercito vi ha bombardato con cannoni talmente vicini che avete potuto sentire i motori ronzare e ringhiare, poi ha usato certe strane armi nuove, bombe che esplodono e si trasformano in lame di fuoco che attecchisce ovunque, e quando provi a buttarci l’acqua non si spegne, anzi non fa che aumentare, tutti gli alberi sono andati, quello che importa è sfuggire al fuoco e alla nube di polvere e fumo, così fitta che non vedi chi hai davanti, e buttarsi a bordo di due auto, pregando il dio in cui non credi che un obice o una bomba o un missile israeliano non le prendano di mira come hanno fatto con alcune ambulanze (uccidendo alcuni dei soccorritori), e alcuni tecnici della società dei telefoni, o forse non hanno proprio mirato, ma gli sono cadute accanto così, per caso, com’è successo giorni fa vicino a una casa dove si teneva la veglia funebre per un ragazzo che era andato volontario a lavorare su una di quelle ambulanze; non possiamo mica ricordare tutti quei casi e quei particolari che ci sono stati detti e che abbiamo sentito raccontare durante questi
 
undici anni, pardon, giorni, tanti morti, adesso non ci pensare, l’unica cosa è mettere la tua famiglia al sicuro: sicuro? lo sappiamo che a Gaza nessun posto è sicuro, tutti i tuoi vicini hanno già sgomberato le loro case, tu e gli altri li avete visti, a decine, a centinaia, a migliaia, riversarsi per le strade – o meglio, quelle che un tempo erano strade e adesso sono un ammasso di asfalto contorto e brandelli di edifici – tutti stanno cercando un riparo, molti di loro sono agricoltori, non profughi del 1948, alcuni sono stati feriti nelle serre e nei campi, dove hanno lavorato fino all’ultimo minuto, adesso l’Onu ha aperto ventitré scuole per ospitare loro e quelli come loro, famiglie, neonati che piangono, vecchi e vecchie che credevano di aver già visto tutto nel 1948, donne incinte, bambini terrorizzati, ancora sotto shock dopo queste ultime migliaia di bombe e obici e missili che hanno invaso la loro infanzia e il loro sonno e li hanno fatti ammutolire, solo i loro occhi spalancati urlano, tua moglie è infermiera al reparto maternità e mentre tu portavi via i bambini lei – si chiama Fakhura, che vuol dire fiera – è andata alla scuola a visitare donne e bambini e a dare consigli su come fare e come cavarsela per chissà quanti giorni in quelle stanze affollate; hai appena raggiunto il tuo rifugio nel quartiere più ricco di Gaza, Rimal (che è stato bombardato anche più dei campi profughi), quando le radio a pile della gente (non c’è luce quindi non c’è tv, ma chi se ne importa adesso dell’elettricità, è l’acqua che manca da cinque giorni che ci fa davvero impazzire), dov’eravamo, ah sì, la radio a pile ha strillato la notizia di una bomba che ha colpito una scuola abitata da centinaia di persone venute in cerca di riparo, all’inizio non ci hai fatto caso, eri troppo occupato a scaricare i bambini e le poche suppellettili che ti sei portato dietro, poi quel nome, Fakhura, ha perforato come un trapano il tuo darti da fare e ti sei detto non può essere, hai chiamato il suo cellulare, ma prima ancora di chiamare sapevi che la rete ormai non c’era più, tre antenne erano state colpite dai missili o dalle bombe o da chissà che, le hai mandato un sms, erano le quattro del pomeriggio, tua madre chiedeva dov’era tua moglie, tu hai detto "guarda sta occupandosi di certa gente ma tra poco ritorna", i tuoi figli hanno chiesto quando arrivava mamma, tu sei rimasto zitto, ma dentro avevi un terremoto, in questi undici anni hai visto la morte tante di quelle volte che potevi immaginare… no non puoi immaginare, lei non può essere una dei dieci che sono rimasti uccisi, secondo le prime notizie, poi nel giro di mezz’ora i morti sono quindici, poi trenta c’è chi dice quaranta, abbiamo smesso di contarli, tu ricordi vagamente che la mattina sono state uccise tredici persone della famiglia Al Dayya, alla periferia est di Gaza, genitori e figli, e otto persone della loro famiglia ancora non si trovano, forse sono sotto le macerie, non avranno "l’onore" delle prime pagine come tanti altri bambini e donne e vecchi che vengono aggiunti alle statistiche di morte che, quando hai l’energia per ascoltare la radio israeliana, vieni a sapere che erano "terroristi" o civili "che i terroristi usavano come scudo", ed è per questo che loro si permettono di bombardare e prendere a cannonate le case dove si pensa che abitano militanti e leader di Hamas, però la maggior parte di loro è già scappata e restano solo 
 
i vicini, ma sono le cinque del pomeriggio e di tua moglie ancora nessuna notizia e le immagini fugaci di cadaveri, arti, carne strappata, tutto quello che hai visto in questi undici giorni di incubo ti attraversano la mente e tu le cacci via, se questi undici giorni sono stati lunghi, quell’ora tra le cinque e le sei del pomeriggio, quando finalmente si è fatta viva, è stata un milione di volte più lunga, lei è spuntata e tu hai cominciato a sgridarla, perché non hai chiamato, perché non mi hai mandato un messaggio, la coscienza resta indietro rispetto alla realtà, ti aggrappi a cose normali, anche se in undici giorni siamo stati ricacciati indietro all’età della pietra, tu urli e lei si scusa, anche le scuse sono una cosa normale che fa a pugni con la realtà, poi lei si mette a piangere, c’era sangue dappertutto dice, mi hanno riaccompagnato a casa in ambulanza, poi ho preso la nostra auto e sono venuta qui, sono stanca, ho bisogno di dormire, ha detto e hai capito che è sconvolta, fa l’infermiera e di cose ne ha viste, specie in questi ultimi otto anni, ma questo no, a questo non era preparata, adesso abbiamo tutti bisogno di psicoterapia collettiva, dici, quello che ho visto non è guerra convenzionale, la gente dentro le case e fuori le bombe e poi c’è fumo in ogni casa, i bambini soffocano, tu cerchi di spegnere il fuoco e quello non fa che aumentare, avete tutti paura, ognuno lo mostra in un modo diverso; le donne tremano tutte, gli tremano le mani, non riescono a fermarle, è quello che ha notato Yaakub, che ha dato la mano alla mia amica Salwa, la sua vicina di un tempo al campo profughi di Shabura a Rafah, e ha notato quanto le tremava, mentre al telefono la sua voce era calma e composta, "quando mi sveglio mi stupisco di essere viva", mi aveva detto, "so che è solo per caso che sono viva", ma le mani le tremano, mi sussurra all’orecchio, per telefono, il nostro comune amico Yaakub, certo che anch’io ho paura, ma non lo faccio vedere, ha dimenticato come urlava dentro il ricevitore quel sanguinoso sabato 27 dicembre 2008, quando l’aviazione militare israeliana ha sganciato di colpo cento bombe su tutta la Striscia di Gaza, metà dei suoi bambini stavano tornando proprio in quel momento dal primo turno di scuola, l’altra metà e sua moglie stavano per andare al secondo turno (le classi sono talmente zeppe che le scuole hanno esteso il sistema dei due turni, oltre la metà della popolazione di Gaza è formata da persone sotto i diciott’anni) e tutti quei bambini erano fuori per la strada quando il fiore della tecnologia israeliana e americana ha riversato la sua potenza sui campi di addestramento di Hamas abbandonati e sui commissariati di polizia, che spesso sono stati costruiti proprio nel centro delle città, vicino alle scuole, se l’è scordato Yaakub come urlava al telefono, quando ho chiamato annunciando quella spaventosa notizia, lui ha gridato che nessuno dei suoi figli rispondeva, che non sapeva che cosa gli era successo e che sua moglie era appena uscita di casa per andare alla scuola dove insegna, ma sono impazziti, ha urlato, e nei giorni successivi si è fatto sempre più silenzioso, le sue frasi sempre più sconnesse, a volte gli scappava uno strano scoppio di risa, per esempio quando ha raccontato di un programma radiofonico notturno trasmesso da un’emittente locale che
 
miracolosamente funziona ancora, dove un sacco di commercianti e di operai che prima lavoravano in Israele e conoscono l’ebraico telefonano cercando di analizzare la politica di Israele e le dichiarazioni dei suoi leader, e poi si mettono a rievocare quegli anni in cui tutto era possibile, proprio come ha fatto Ahmad Sammour quando gli ho parlato al telefono, il primo giorno del nuovo anno, Ahmad Sammour, Abu Iyad, il fabbro, che per trentun anni aveva lavorato in Israele e aveva tirato su un intero quartiere di Ashkelon (Majdal, la cittadina natale della mamma di Maher), fino a quando il mondo gli si è chiuso addosso e allora ha aperto un’officina nella parte est del villaggio di Jabalia, puoi chiamare il mio ex capo, Jack, ho lavorato nella sua officina di fabbro ad Ashkelon, mi ha detto al telefono, in ebraico, gli puoi telefonare, ti parlerà lui di me, ancor oggi lo chiamo papà, lo dirà lui al tuo esercito che io non sono di Hamas, avete tanti di quegli esperti, fateli venire qui a vedere che il camion colpito dal loro missile era il mio, e che le "decine di missili" che secondo l’esercito israeliano si trovavano a bordo di quel camion erano i macchinari della mia officina e certe bombole di ossigeno che ci servono per saldare i metalli, qui fabbrichiamo porte e cancelli, mica razzi, ma quelli hanno colpito il mio camion e mio figlio c’è rimasto, è morto, e come lui altri sette ragazzi che mi aiutavano a sgombrare la mia officina dopo che era stata bombardata una casa, avevamo paura che quelle porte spalancate fossero una tentazione per i ladri, e così qualche ora dopo che avevano colpito la casa siamo venuti con il camion e con la golf bianca di mio cognato e ci siamo messi a sgomberare e a caricare: quello che è esploso sono le taniche di benzina e di carburante diesel che teniamo sempre da parte per quando sul mercato non ce n’è, a esplodere non sono stati dei razzi come ha detto il vostro esercito, ma il nostro ossigeno e la nostra benzina; mio cognato è appena andato via con la sua auto che abbiamo caricato di elettrodi – cinquanta confezioni da quattro chili l’una, si usano anche quelli per le saldature – e ha sentito lo scoppio, è tornato di corsa, ha visto tutti morti, i suoi figli, mio figlio, i vicini che ci davano una mano, ed è tornato a casa e da allora batte la testa contro il muro, voi che avete gli esperti fateli venire a vedere che non c’erano missili Grad, ora tutta quella roba sta lì, bruciata, accanto all’officina, nessuno osa toccarla o portarla via per paura che il drone mi prenda per uno di Hamas e mi spari un missile, telefona pure a Jack, io lo chiamo ancora papà, mi ha appena chiamato per chiedermi il mio numero di conto in banca, per mandarmi qualche soldo, Abu Iyad non lo sa che io ho telefonato a Jack e che lui con un accento francese mi ha detto "mi rifiuto di parlare con quella merda di giornale che è Ha’aretz", io non ho insistito non solo perché ero certa che Abu Iyad non è di Hamas, ma perché ci sono tante telefonate da fare dalle sei di mattina a mezzanotte, controlli se siamo ancora vivi, ride Salwa, ma va bene, va bene, anche noi facciamo lo stesso, ogni mattina ci telefoniamo a vicenda per controllare se siamo ancora vivi, mi tranquillizza, la sua voce sempre così calma e composta, come se ti stesse parlando di un film e non della bomba che ha colpito il ministero dell’istruzione proprio dietro l’angolo: prende in pieno il palazzo e tu pensi che sia caduta sopra casa tua, e tutti i vetri delle finestre in frantumi ma gli infissi di metallo sono stati strappati e la porta è talmente contorta che ci sono voluti tre vicini per aggiustarla,
 
ora il freddo e il vento sono inquilini fissi, niente luce, ma lascia perdere la luce, è l’acqua che ci manca, e con tutto questo stiamo meglio noi di tanti altri, al giornale radio abbiamo sentito che un razzo Qassam ha colpito Qiryat Gat, cioè Faluja, il villaggio dov’è nato mio padre, e io ho detto, scusami Qassam ma nessuno ti ha dato il permesso di colpire la mia terra, una volta ci siamo andati con mio padre, quando eravamo piccoli, lui ha riconosciuto il villaggio anche se tutte le case erano state rase al suolo, la casa di mia madre nel campo profughi di Shabura a Rafah è stata colpita, non direttamente ma dall’esplosione di una bomba che ha preso proprio una baracca sul piazzale del campo, figurati che casa, eternit e lamiera, ma lei si è rifiutata di andare a stare da mia sorella finché il tetto non le è crollato a pochi centimetri dalla testa, e adesso il suo unico desiderio è morire prima che succeda qualcosa a noi.
 
 
Amira Hass
 
 
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