ZONE FRANCHE – IL GRANDE AFFARE

 
Sembrano pensate e calcolate con il manuale Cencelli, scelte per soddisfare questo o quell’appetito locale. Tre ciascuna per le regioni a maggior penetrazione mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia, Puglia), altre tre per la Sardegna, due per il Lazio, una a testa per Basilicata, Abruzzo, Toscana e Liguria.
Si tratta delle 22 zone franche (vedi il riquadro) varate dal Cipe a meta’ maggio, dopo un lungo iter, e al termine di una decennale discussione parapolitica. Aiuti alle imprese, secondo molti, viste le sostanziose agevolazioni fiscali previste per un quinquennio nelle aree interessate (non si pagano Irap, Ici e contributi previdenziali) e cosi’ come descritto – del resto in poche, scarne righe – dai media nazionali; «un grande favore ai mattonari, agli speculatori, a chi vuol lucrare soprattutto in certe aree», secondo altri.
La circostanza vale soprattutto per quelle a rischio, dove e’ cresciuta nell’ultimo ventennio un’imprenditoria del mattone assistita (dai milioni di euro per appalti pubblici) e contigua col potere politico; e soprattutto e’ proliferata la holding malavitosa, via appalti e subappalti, cemento e forniture, costantemente a caccia di affari (che ora si traducono in aree e terreni super appetibili). «Un provvedimento che sulla carta puo’ essere positivo per ossigenare un tessuto economico al collasso – c’e’ chi osserva al ministero dell’Economia – puo’ tradursi in un clamoroso boomerang: quelle agevolazioni, quella fiscalita’ vantaggiosa non va a favore delle imprese pulite, ma di quelle inquinate, che ormai sovrastano le prime, non solo per numero, ma per la forza contrattuale acquisita per via dei capitali sporchi investiti e ripuliti negli anni».
Del resto, gli ultimi indicatori della crisi, in una regione-simbolo come la Campania, parlano chiaro: la disoccupazione morde e cresce (13,8 per cento a fronte di una media nazionale del 6,8 per cento, con una funerea prospettiva del quasi 17 per cento per il 2009), nascono meno imprese (saldo negativo a quota 1.500 nel 2008 rispetto all’anno precedente), ne muoiono sempre di piu’, con un tasso, relativo ai fallimenti, da brividi: un incredibile 46 per cento in piu’ rispetto all’anno precendente, soprattutto se rapportato alla media nazionale, che non raggiunge il 2,5 per cento. «Per risollevare l’economia non servono a niente le zone franche, che favoriscono i furbi, occorrono provvedimenti strutturali – osserva piu’ d’un economista al Sud – tali da creare condizioni meno penalizzanti per quel tessuto di piccole e medie imprese sane, non ancora inquinate dalla malavita, alle prese con una mole di problemi quotidiani, che ora riguardano soprattutto carenza di liquidita’ e rapporti con le banche».
 
BINGO e FRANCO
 
Ma come, con quale criterio sono state varate le fortunate zone franche? Una sorta di bingo, nel quale hanno avuto voce, in prima battuta, gli enti locali (Regioni e Province) per fornire un elenco di comuni ad hoc. La lista dei fortunati, poi, e’ passata al vaglio del team di esperti del ministro Claudio Scajola, per terminare, poche settimane fa, il suo iter con il disco verde del Cipe. «I criteri sono relativamente semplici – spiegano proprio al Cipe – i parametri base che hanno determinato la scelta dei comuni sono state due: la densita’ di popolazione e la percentuale di disoccupazione». Ok, il criterio e’ giusto. Ma sono stati rispettati, effettivamente, i parametri? O c’e’ qualche altra logica, di tipo politico e clientelare, che ha prodotto certe scelte?
Facciamo un esempio. Mondragone, nel casertano, terra di clan e mozzarelle, a un tiro di schioppo dal mare, un potenziale paradiso ucciso da veleni e rifiuti tossici sversati per anni in fiumi e campi. Non sono in pochi a chiedersi, anche al ministero per l’Economia: «ha contato piu’ il fatto che Mondragone e’ da sempre un feudo dell’ex ministro per le Telecomunicazioni Mario Landolfi, oppure la densita’ abitativa o il tasso di disoccupazione?». Cifre (abitanti e disoccupati) che Torre Annunziata presenta in modo macroscopico; eppure, anche qui, la malavita organizzata – e le sue imprese di riferimento – sta affinando le strategie, in vista del bingo-zona franca: per la serie, mani sulle aree, da quelle industriali, a quelle dismesse, a tutte quelle benedette dal provvedimento made governo Berlusconi.
Ma a fare salti mortali e capriole – per rimanere sempre in Campania – sono soprattutto gli imprenditori e gli scommettitori dell’area Est di Napoli, altra baciata dalla bea bendata. «Una zona che da mesi, in previsione del fatidico varo della zona franca – commentano alla Camera di commercio di Napoli – e’ stata al centro di frenetiche compravendite, passaggi di mano, come e’ successo anni fa con l’area ovest di Bagnoli: stesso copione, terreni che varranno cinque volte tanto e l’assalto dei soliti costruttori». «Aree – c’e’ chi aggiunge proprio a palazzo Partanna, sede dell’Acen, la sigla dei mattonari partenopei – che stanno diventando elastiche: nel senso che parecchi speculatori, spesso contigui ai clan, stanno cercando di far incetta di suoli e fabbricati vicini alla zona franca, comprando a prezzi ancora bassi, convinti che prima o poi quelle superfici rientreranno nella zona franca». Per le solite estensioni e allargamenti facili, nel piu’ perfetto stile di casa nostra.
Tra i protagonisti nella corsa all’acquisto – corre voce a palazzo di giustizia – in pole position la SGA, ovvero la Bad Bank, la cassa dei depositi incagliati dell’ex Banco di Napoli, passato miracolosamente prima alla Banca Nazionale del Lavoro per un pugno di lire (70 miliardi delle vecchie, neanche il cartellino di un Kaka’); quindi trasferito, per dieci volte tanto, al gruppo Imi-San Paolo (il gruzzolo e’ servito a risanare le sorti Bnl dopo lo scandalo di Atlanta). E Imi-San Paolo ora si rifa’ via Bad Bank, visto che – stando alle ultime stime – avrebbe recuperato quasi l’80 per cento delle sofferenze. E quindi pronto ad investire in operazioni facili, come ad esempio lo shopping in aree franche o quasi…
 
SPURGHI e MATTONI
 
Il gruppo piu’ intraprendente nell’acquisto di aree nella ghiotta zona orientale partenopea – una volta caratterizzata da tante imprese metalmeccaniche e raffinerie, ora agonizzante – fa capo ai Caccavale. Antonio, il capofamiglia, trova la sua fortuna con gli espurghi, settore considerato dagli esperti border line per una massiccia presenza di imprese direttamente o indirettamente riconducibili ai clan. Ammiraglie S.E.N.E., ovvero Servizi ecologici nazionali espurghi e Ecologica partenopea, due srl dal modesto capitale sociale (50 e 20 milioni di vecchie lire rispettivamente), partorite sul finire degli anni 90 e attive soprattutto, oltre che nell’area orientale, nel triangolo Casoria, Afragola, Caivano, hinterland a fortissima infiltrazione mafiosa.
Passando al mattone, il fiore all’occhiello si chiama Immobiliare Neapolis, spa con un carburante da 5 milioni di euro: azionisti la moglie Elvira De Laurentis (1 milione 980 mila euro), i figli Domenico e Massimo (con 10 mila euro a testa), i soci Mario Carpino (2 milioni), Maurizio Nardi (900 mila euro) e Pasquale Cozzolino (100 mila euro). A presiedere il cda Domenico Caccavale, commercialista, studio nella centralissima via Santa Brigida, condiviso con il fratello Ciro, notaio, come del resto un altro fratello, Massimo, attualmente impegnato nel distretto di Fano. La secondogenita, Raffaella, e’ invece gip al tribunale di Nocera. Del resto, fra codici e pandette, in famiglia le toghe non mancano: Ciro, infatti, ha sposato Virginia Numeroso, figlia del piu’ noto Raffaele, ex presidente della Corte d’Appello di Napoli, ora in pensione (a inizio anni 90 fu investito dal ciclone Galasso, il superpentito di camorra che apri’ il capitolo sui rapporti fra magistrati e malavita organizzata; Numeroso fu immediatamente trasferito a Perugia. In seguito fu prosciolto).
«Il gruppo Caccavale si e’ aggiudicato diversi immobili alle aste fallimentari – commenta un avvocato che frequenta abitualmente quella delicata sezione – che vanno ad accrescere la presenza gia’ cospicua nel settore delle costruzioni». Come documentano, del resto, le svariate societa’ che fanno capo al figlio Domenico, il quale fa segnare la sua presenza in una sfilza di sigle come Delta Immobiliare spa, Edilind srl, Delcam srl, Sviluppo Immobiliare Avanzato srl (oltre alla gia’ citata Neapolis). Gli altri soci – per fare un solo esempio, Nardi – hanno pensato bene di diversificare, con presenze azionarie che spaziano dalla rampante Banca del Sud a Eva Fashion, fino a GSM Diffusion e a Wonted (non contenti, hanno poi costituito una Re-Wanted…).
A turbare i tranquilli – e milonari – sonnni di Caccavale senior e dell’ampio stuolo familiare, un fresco esposto presentato da un imprenditore partenopeo, Vincenzo Palladino, gia’ in precedenza segnalatosi per essere stato uno dei pochi a denunciare il racket facendo nomi e cognomi. Nel 2004 successe con un esponente del clan Mazzarella, che controlla ampie aree della zona est di Napoli; per questo, poi, fu costretto a trasferirsi a Trieste. Tornato a Napoli, ha ritrovato la solita cappa di piombo. Ma riparte al contrattacco e chiede alla procura di accertare la reale provenienza delle enormi liquidita’ del gruppo Caccavale; se non si tratti di «riciclaggio da proventi illeciti e da evavione fiscale»; e quali siano realmente gli interessi immobiliari del clan Contini al quartiere Arenaccia (a un tiro di schioppo dalla stazione centrale di Napoli, stessa zona in cui risiede Antonio Caccavale, mentre i figli hanno studi e magioni nel centro chic).
La querelle nasce proprio intorno ad un immobile della zona orientale, per poche decine di metri non compreso (per ora) nei confini della zona franca; e per questo ancor piu’ appetibile. Un immobile che fa capo alla Nova srl di Palladino e su cui pende una procedura esecutiva (quindi al centro di svariati incanti fallimentari). Il gruppo Caccavale ha presentato un’offerta da 2 milioni di euro (secondo una perizia vale almeno il triplo). Poi si e’ tirato improvvisamente indietro. Quindi e’ subentrata una sigla milanese («che difficilmente puo’ aver notato l’asta, perche’ stranamente pubblicizzata solo attraverso il Mattino», osserva Palladino), la SG Leasing spa. Dietro la quale – secondo il j’accuse – si nasconderebbe proprio Caccavale. Nel suo esposto Palladino precisa una circostanza: lo studio notarile delegato alla vendita, Salomone, ha sede in via Orsini 42, a Napoli; stesso indirizzo dove si trova quello di Virginia Numeroso, professione notaio, esperta in ramo fallimentare, consorte di Ciro Caccavale.
Coincidenze?
 
 
Andrea Cinquegrani
 
 
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